Jimi Hendrix visto da Gil Evans

Gil Evans è stato uno dei più grandi arrangiatori che il jazz abbia avuto, con uno stile di scrittura e una timbrica orchestrale inconfondibili, anche se “accusato” (peraltro anche a ragione) di essere troppo lento e meditato nella elaborazione delle partiture su cui lavorava, ma come ben sappiamo, con risultati quasi sempre di alto livello. Non era un granché come pianista, ma era in possesso di una mente estremamente curiosa e  aperta alle musiche di ogni genere, compresi pop e rock, oltre che attento alle innovazioni timbriche proposte dalla strumentazione elettronica disponibile dalla fine anni ’60 in poi. Lo testimoniano i dischi incisi in quel periodo, nei quali ha avuto occasione di rielaborare il materiale tematico di un grande chitarrista e compositore “naturale” come Jimi Hendrix. Chi lo ha conosciuto bene, sostiene che in quegli anni ascoltava spesso la sua musica, oltre a quella degli Earth Wind & Fire, di cui pare fosse entusiasta, e, devo aver letto da qualche parte ai tempi, che avesse in mente qualcosa pure sulla musica di Stevie Wonder, artista oggi largamente frequentato. Insomma aveva un gran fiuto per la qualità dei materiali compositivi delle nuove proposte e dei nuovi talenti emergenti, sviluppando idee per qualche suo nuovo progetto.

Considero il suo disco su Hendrix e quello successivo intitolato There Comes a Time, incisi entrambi per RCA nella prima metà degli anni ’70, gli ultimi suoi capolavori discografici, anche se con la sua orchestra, che si esibiva regolarmente ogni lunedì sera allo Sweet Basil e nei tour mondiali, ha raggiunto poi una fama senza precedenti, ma senza elaborare particolari innovazioni.

Hendrix è stato sicuramente uno dei musicisti in assoluto più importanti del Rock, ma Evans ha saputo mettere in evidenza il livello molto più che interessante delle sue composizioni. Brani come Little Wing, Up From The Skies e Voodoo Chile dopo la sua rilettura, sono entrati a far parte del book degli standard dal quale ogni jazzista poteva attingere.

Per questo inizio settimana vi propongo un paio di brani tratti dal disco su Hendrix, che meritano entrambi per diversi motivi. Nel primo, Angel, la scrittura orchestrale si intreccia perfettamente col solista, quel David Sanborn, che è sempre stato abbastanza impropriamente bistrattato per le sue assidue frequentazioni nella fusion e nel pop, ma che in realtà è uno strumentista sopraffino e di livello assoluto, dal timbro originale e riconoscibile, ricco di armonici, che ha avuto per il sax contralto lo stesso seguito e la stessa importanza negli anni ’80 che ha avuto Michael Brecker per il tenore. Nel secondo si apprezza invece il suo tipico stile di arrangiatore nella dinamica e coinvolgente scrittura orchestrale sul tema di Up From The Skies.

Buon ascolto e buon inizio settimana.

 

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