Il “Mainstream americano” ha stancato…

Uno dei tanti mantra abbastanza sciocchi che da tempo circolano sul jazz è che certa musica è ormai superata dagli eventi, non è più creativa, si è ormai sentita tante volte. Basta canzoni, basta standards, basta blues, basta swing, si sente dire spesso, tutta musica superata, e il tutto senza mai mettersi davvero all’ascolto per cogliere ciò che davvero fa arte e le mille sfumature che certi musicisti, giudicati impropriamente ormai “out”, sanno proporre, perseguendo una idea “progressista” ed “evolutiva” di una musica che debba sempre guardare avanti, annichilendo contemporaneamente il proprio passato. Peccato che il jazz non ha mai funzionato così, nemmeno nei periodi di più rapido mutamento linguistico, per come ha sempre saputo fagocitare e sedimentare le nuove istanze, anche le più ardite nel suo consolidato lessico. Un atteggiamento quello sopra riferito che a me è sempre parso quasi incomprensibile da associare ad un autentico appassionato di jazz, se non del tutto intollerabile. Il jazz ha sempre fatto riferimento alla sua tradizione, anche negli esponenti giudicati più all’avanguardia, perlomeno se ci riferiamo al bacino culturale americano e afro-americano e ai relativi esponenti. Se oggi ascolto,  Steve Lehman, Henry Threadgill o Steve Coleman non posso più apprezzare Benny Carter, Johnny Hodges  o Paul Desmond? Io non credo. Sarebbe come a dire che nella musica colta se apprezzo Stockhausen non posso più apprezzare la musica di Mozart o Chopin, ma nel jazz questo accade e purtroppo molto spesso, facendolo apparire una musica “di moda” per élite esclusive, poi derivando valutazioni e giudizi che in realtà si rivelano solo per essere dei superficiali pre-giudizi che storicamente hanno fatto prendere grandissime topiche (a ancora le fanno prendere sulla scena contemporanea), disegnando un mondo musicale fatto di esclusioni più  che di inclusioni, in un ambito che invece ha sempre manifestato peculiarità inclusive. Peraltro, non esiste solo l’arte pura e il genio innovatore nel jazz, c’è anche il grande artigianato, quello di chi magari non ha inventato niente o ha contribuito solo in minima parte alla formazione di un linguaggio che, ricordo, è stato ed è ancora il prodotto di un bacino culturale assai complesso e ramificato, quasi inestricabile e di una comunità di musicisti i cui apporti individuali sono spesso difficili da attribuire singolarmente. Siamo ad esempio sicuri che basti conoscere Charlie Parker e non occorra ascoltare il contributo di sedicenti suoi dichiarati “cloni”, come Sonny Stitt o Sonny Criss? Certi aggettivi superficiali, se non del tutto impropri, li ho persino trovati sui libri scritti da sedicenti esperti che poi con assoluta leggiadria critica ritengono necessario suggerire al lettore l’ascolto di, che so,  scialbi epigoni italici di Miles Davis non in grado di aggiungere una virgola al contributo del trombettista dell’Illinois.

Tutto questo discorso generale è per introdurre un musicista e un trio di livello super ma del tutto trascurati, che hanno avuto l’unico torto di muoversi in un ambito idiomatico così consolidato e direi sfruttato, da non permettere ai più di far cogliere la loro maestria e il loro prodotto musicale, che, come minimo, dovrebbe essere considerato appunto di alto artigianato. Il che non è poi così poco, viste le tonnellate di musica mediocre e/o ripetitiva che ci tocca ascoltare in ambito di musica improvvisata, senza distinzioni stilistiche, nella quale pare che tutti si ritengano illusoriamente in grado di esprimere più facilmente la propria “arte” e la propria supposta musicalità.

Sto parlando di Ray Brown e del suo trio con il sottostimato Gene Harris al piano, nei dischi anni ’80-’90 prodotti per la Concord che, a quanto ho potuto sentire, sono uno migliore dell’altro. Ora, che io debba escludere dall’ascolto e dal mio personale godimento questa splendida musica e questi grandi musicisti solo perché si muovono in un ambito consolidato e risaputo di “mainstream jazzistico americano” (perdio, che orrende etichette che si utilizzano nel jazz…),  lo trovo quasi demenziale. Peraltro nel jazz conta da sempre più il “come” del “cosa” e non tutti quelli che si muovono in  un certo ambito, sedicente creativo o troppo sfruttato, sono in grado di produrre lo stesso livello qualitativo. Mica stiamo parlando di ortofrutta comprata al mercato…

Dico che se non si è in grado di cogliere la raffinatezza espositiva e la proprietà linguistica con cui questi musicisti sanno produrre della grande musica c’è decisamente qualcosa che non va nel proprio bagaglio di dichiarato jazzofilo.

Della grandezza di Ray Brown si sa. Molto meno si sa di quella di Gene Harris, pianista di cui ho già parlato su questo blog, famoso membro dei Three Sounds che ha prodotto una lunga serie di incisioni, e che certamente ha degli agganci stilistici con Oscar Peterson, ma con una anima blues e soul molto spiccata. Non a caso Brown ha riscoperto e scelto Harris dopo che lui stesso per molto tempo ha fatto parte del trio di Peterson negli anni ’50 e ’60. Brown ha convinto il quasi dimenticato pianista del Michigan a tornare in tour nei primi anni 1980, dopo un lungo periodo di assenza dalle scene, registrando principalmente su Concord Records , fino alla sua morte per insufficienza renale nel 2000.

Per l’ascolto vi propongo un brano di un disco che ho potuto ascoltare recentemente, dal titolo The Red Hot, ma ce ne sono anche altri, persino migliori di questo.

Buon ascolto

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