Il musicista ha le idee più chiare dei suoi esegeti?

Brotzmann

Da tempo sto combattendo una battaglia contro certi stereotipi verbali che vengono utilizzati intorno al jazz e che a mio modo di vedere contribuiscono a distorcere molto i valori musicali, sia relativi al quadro storico del jazz che a quello contemporaneo. Potrei fare diversi esempi: l’uso della parola “rivoluzione”, o “avanguardia”, o “evoluzione”, per non parlare di termini scioccamente dispregiativi ammantati di un ideologismo un tanto al chilo, come “reazionario”, che riconducono istantaneamente certe attempate menti ai loro “bei tempi “ delle contestazioni studentesche post- sessantottine, ma che col jazz e il relativo contesto socio-politico da cui è emerso c’entravano e c’entrano tutt’ora come i cavoli a merenda.

Un altro tema che potrebbe essere inserito in questo discorso è quello relativo al cosiddetto “nuovo jazz europeo” derivato sostanzialmente e in estrema sintesi dall’esperienza della New Thing anni ’60 esercitata dai musicisti “Free” afroamericani dell’epoca, il quale ha dato vita a tutta una serie di improvvisatori europei nel decennio successivo che sono stati considerati (e ancora sorprendentemente in diversi considerano) come icone di una avanguardia jazzistica che in realtà di jazzistico aveva ed ha molto poco, manifestando motivazioni intorno alla musica, riferimenti, radici e obiettivi musicali parecchio differenti da quelli propri del jazz, se non del tutto estranei. Tutto questo, al di là delle valutazioni di merito sulla musica che non sono qui in discussione, mi ha fatto sempre preferire parlare di “musica improvvisata europea” che di “jazz” vero e proprio e di relativa avanguardia jazzistica, come invece si è sempre detto e, purtroppo, si continua a dire, perché sostanzialmente musica parecchio differente e con elemento di contatto l’utilizzo del solo strumento comune dell’improvvisazione.

Un riscontro di quel che ho sempre pensato l’ho rilevato nella recente intervista a Peter Brötzmann, pubblicata sul numero di Musica Jazz di maggio, ossia proprio da uno di quei musicisti europei considerati dai più e da sempre come un alfiere di tale ambito musicale. A precisa domanda dell’intervistatore sui punti di contatto e di diversità tra musica improvvisata europea e free statunitense il sassofonista tedesco infatti afferma:

La musica americana ha una tradizione differente, una storia differente e, dal lato estetico e formale, è costruita diversamente. Gli americani amano le canzoni, le composizioni, desiderano che ci sia una fine e un inizio. E’ sempre sbagliato generalizzare ma quando abbiamo sviluppato il nostro stile europeo, specialmente con l’aiuto di grandi musicisti come Derek Bailey e Misha Mengelberg, avevamo un approccio differente. Non bisognerebbe mai dimenticare che la musica americana all’origine era una musica di intrattenimento, se guardiamo alla sua storia, mentre i musicisti dell’Europa occidentale degli anni Sessanta in poi avevano una sorta di approccio duro, più connesso con ciò che succedeva nell’ambito della musica contemporanea. Tutti noi ascoltavamo Alois Zimmermann, Stockhausen o Ligeti e molti altri. Naturalmente ascoltavamo anche gli statunitensi come John Cage e altri, ma noi credevamo più nell’estetica rispetto agli americani. Ci stiamo muovendo in un ambito molto difficile, perché naturalmente se prendiamo Cecil Taylor e Richard Abrams, loro hanno sviluppato una propria estetica, le proprie strutture formali e così via. Ma penso che il punto fondamentale sia il nostro modo di pensare relativamente alla musica europea, che non aveva nulla a che fare con l’intrattenimento. Ricordo che quando ero ragazzo pensavo di suonare per il pubblico ma, specialmente all’inizio, avevo lunghe discussioni con Han Bennink che sosteneva invece di suonare solo per se stesso, di non essere interessato a suonare per il pubblico. Così io propendevo per l’approccio americano ma c’era una tendenza, specie alla fine degli anni Sessanta e negli anni Settanta in base alla quale molti musicisti europei non volevano avere niente a che fare con la musica degli Stati Uniti, forse anche per ragioni politiche. Si voleva dimostrare, in sintesi, che la musica improvvisata europea aveva radici differenti ed era completamente diversa (…)”.

Ora, al di là di come si consideri o si collochi il musicista stesso e a parte la faccenda sul ruolo dell’intrattenimento, che si intuisce Brötzmann intende in termini negativi rispetto a come viene inteso in ambito di cultura americana, cui anche il jazz appartiene, mi  sorge spontanea una domanda: “Se i musicisti europei coinvolti non volevano avere a che fare con il jazz americano e le relative intenzioni, perché la critica ha continuato sul tema a far confusione parlando della loro musica in termini di un avanzamento del jazz in Europa, o una evoluzione europea del jazz?”

Riccardo Facchi

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3 thoughts on “Il musicista ha le idee più chiare dei suoi esegeti?

  1. Considerazioni condivisibili. Per quella che è la mia esperienza, questa tendenza ad etichettare la musica improvvisata europea in modo indiscriminato con il termine “jazz” è però più un problema dei critici che dei musicisti (come dimostrano peraltro anche le affermazioni dello stesso Brötzmann). Il che non significa che molti musicisti che praticano *anche* musica improvvisata non possano magari avere una formazione jazzistica e non possano anche muoversi in territori più strettamente jazzistici. Forse parte della confusione nasce anche da questo (di nuovo: è un problema dei critici; i musicisti fanno quello che ritengono opportuno fare, musicalmente parlando, che si tratti di jazz, musica improvvisata o entrambe le cose in contesti differenti).

    Tuttavia le opzioni, per quanto riguarda gli artisti europei, non si esauriscono in un’alternativa netta fra improvvisatori radicali influenzati dall’avanguardia europea e musicisti che si attengono in modo diciamo “filologico” alle coordinate estetiche della musica americana o afroamericana. Ci sono infatti musicisti che, pur partendo da quelle coordinate e tenendole sempre presenti, hanno sviluppato un proprio ambito estetico che non può certo essere fatto rientrare nell’orizzonte della musica d’arte europea (e men che meno nella caricatura germanocentrica che di questa viene solitamente presentata).

    E giusto chiamare “jazz” quello che fanno questi musicisti? Questione spinosa sulla quale è giusto lasciare le valutazioni definitive a chi ha più strumenti per valutare. Però rimane il fatto che in un ambito che *in senso lato* (e ribadisco “in senso lato”) può essere definito jazzistico secondo me ci sono molte cose di valore e degne del massimo interesse che vengono sviluppate anche in Europa, con le orecchie sempre puntate all’America, ovviamente, ma anche con un significativo grado di autonomia. Il tutto, ovviamente, senza negare la primogenitura afroamericana di questa musica – anzi: constatare il fatto che l’influenza della musica afroamericana si estende oggi al di là dei confini della musica afroamericana strettamente intesa è semmai solo una conferma della forza, dell’attualità e dell’importanza del contributo afroamericano alla musica di oggi.

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    1. C’è anche da dire che in Europa ci sono stati e ancora ci sono fior di musicisti che hanno abbracciato l’idioma jazzistico, e hanno saputo essere interessanti e creativi, sapendo conservare la propria identità e peculiarità di europei. Già negli anni ’70 c’è stato tutto un fiorire di eccellenti musicisti di questo genere sia nel jazz inglese (che non era fatto solo del citato DereK Bailey e relative “avanguardie”) nel jazz tedesco e francese, polacco, russo e in minor misura anche in quello italiano. Solo che oggi non se ne parla, non so se per poca conoscenza o voluto oblio. Sembra, secondo i più, che la musica improvvisata in Europa prenda un valore solo quando manifesta affrancamento netto dai modelli americani, il che è ben strano ma secondo me ha una sua spieigazione

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  2. Premesso che un musicista si esprime come meglio gli aggrada e, al di là delle etichette, ciò che importa è che la musica sia buona, che esprima e, aspetto non trascurabile, che comunichi qualcosa. Il discorso di suonare per se stessi di cui si accenna anche nel pezzo che ho riportato può essere pericoloso e portare a fraintendimenti. Penso che la critica dovrebbe aiutare a capire facendo corretta divulgazione, cosa che mi pare non avvenga così spesso. Per quel che mi riguarda per considerare jazzistica una musica guardo molto al suo aspetto ritmico più che ad altro.

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