Stravinskij e il Jazz

E’ noto ai jazzofili, perlomeno a quelli di vecchia data, che Igor Stravinskij scrisse l’ Ebony Concerto nel 1945 per il “First Herd” di Woody Herman. La prima rappresentazione pubblica fu data il 25 marzo 1946 alla Carnegie Hall di New York, dalla stessa band di Woody Herman, diretta da Walter Hendl.

L’incontro di Stravinskij con il jazz risale agli anni della prima guerra mondiale ispirando sue opere come  Histoire du soldat , il Ragtime for 11 Instruments e il Piano-Rag-Music. Anche se tracce di elementi jazz, in particolare blues e boogie-woogie, possono trovarsi nella sua musica durante gli anni ’20 e ’30, è stato solo con l’ Ebony Concerto che Stravinskij ha incorporato alcune peculiarità del jazz in una composizione più su larga scala. il titolo è stato originariamente suggerito a Stravinskij da Aaron Goldmark, della Leeds Music Corporation, che aveva negoziato la commissione, suggerendo anche la forma che avrebbe dovuto assumere. Il compositore russo spiegò al tempo che il titolo voleva riferirsi alla cultura musicale di origine africana e agli esecutori di jazz che più aveva ammirato a quel tempo: Art Tatum , Charlie Parker, e il chitarrista Charlie Christian.

Si racconta inoltre che Stravinskij rimase così colpito da alcune  registrazioni della band di Herman, come Bijou, Goosey Gander e Caldonia, che, quando gli venne chiesto, accettò di scrivere un pezzo per loro con una parte di clarinetto solista per Herman. Tuttavia, secondo l’arrangiatore di Herman, Neal Hefti , questa storia è stata un po’ ricamata. Una volta accettato l’incarico, Stravinskij decise di creare un concerto grosso. Lo spartito dei primi due movimenti fu consegnato a Herman il 22 novembre 1945 e il finale a seguire il 10 dicembre. Nel febbraio del 1946, Stravinskij scelse Walter Hendl (essendo assistente direttore della Filarmonica di New York), per condurre l’anteprima alla Carnegie Hall il mese successivo, ma provò prima da se stesso il pezzo al New York’s Paramount Theatre.

Herman trovò la parte solistica spaventosamente difficile, e non percepì il fatto  che Stravinskij avesse veramente adattato la sua scrittura al linguaggio di una jazz-band. Invece “ha scritto puro Stravinskij, disse Herman, e la band non si sentiva a proprio agio con lo spartito inizialmente.Dopo la prima prova, eravamo tutti così imbarazzati  quasi da piangere, perché nessuno riusciva a leggere”.

Il 4 novembre 1945, mentre ancora era nel bel mezzo del comporre il concerto, Stravinskij scrisse una lettera a Nadia Boulanger in cui descriveva i suoi progressi, nonché l’intenzione di effettuare una registrazione con la band di Herman nel febbraio 1946, ma la sessione di registrazione fu infine rinviata. Il 19 agosto 1946, il giorno dopo aver eseguito il pezzo insieme su una trasmissione nazionale “Columbia Workshop”, Herman e Stravinskij registrarono il concerto a Hollywood, California.  Il 27 aprile del 1965, Stravinskij registrò di nuovo la composizione con Benny Goodman e il  Columbia Jazz Ensemble. 

Per l’ascolto vi propongo qui prima la versione originale del 1946:

e poi questa registrata da Pierre Boulez diversi anni dopo, che io personalmente ho conosciuto per prima e alla quale ho fatto l’orecchio e sono particolarmente affezionato. Giusto per un confronto.

Buon ascolto

3-ebony-concerto-stravinskyEbony Concerto

9 pensieri su “Stravinskij e il Jazz

      1. Ripesco questo tuo interessantissimo articolo che non conoscevo. Vi sono arrivato da alcuni commenti letti casualmente su un forum di musica classica.
        Purtroppo, ho avuto l’ennesima, scontata conferma della chiusura mentale di un certo pubblico di “esperti” che il buon Enrico Pieranunzi in un’intervista congiunta con il Maestro Bruno Canino a “Musica Jazz” reperibile sul web definiva affetti da snobismo.
        Nell'”appassionante” dialogo tra forumisti, a un certo punto, Il “solone” di turno usava il vocabolo parodia a proposito dell’Ebony Concerto.

        Qui il link:
        https://www.musica-classica.it/forum/index.php?/topic/24720-cosa-state-ascoltando-anno-2020/page/59/

        Ho cercato materiale in rete sul rapporto fra Stravinsky e il jazz e ho trovato connessioni e frequentazioni interessanti tra lui e alcuni jazzisti che i soggetti in questione con il prosciutto sulle orecchie oltre che sugli occhi (lettura) evidentemente e colpevolmente ignorano.
        Ringrazio del suggerimento di ascolto e devo dire che ho scoperto anche un’esecuzione dell’opera da parte del prestigioso direttore d’orchestra americano Michael Tilson Thomas con la New World Symphony Orchestra:
        https://www.discogs.com/it/Michael-Tilson-Thomas-New-World-Symphony-New-World-Jazz/release/8856201
        Conosco abbastanza questo musicista soprattutto per musiche di compositori americani o ispirate dal Nuovo Mondo e, da ciò che ho ascoltato, mi pare una lettura di notevole interesse.

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        1. Tra jazzismi e parodie, questa gente si distingue per essere un mondo chiuso su se stesso e che non vive nel 2020. Sono personaggi patetici in sostanza che rifiutano qualsiasi cosa non sia accettabile dalla propria ristretta visuale. Non possono apprezzare una musica come il jazz che per sua stessa natura è sempre stata una musica aperta e inclusiva. Questi ragionano in termini esclusivi e per la verità un atteggiamento del genere si registra anche tra molti jazzofili. Sono i limiti umani che non riguardano molti dei musicisti coinvolti, né tanto meno le musiche di cui pretendono di parlare. Bisogna solo lasciarli nel loro brodo.

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          1. Concordo appieno.
            Aggiungo che in quel brodo avverto un retrogusto di razzismo temperato dall’ipocrisia, ma non per questo meno fastidioso.
            Desidero inoltre rilevare a proposito della tua considerazione sui musicisti del passato, che mi è capitato spesso di ascoltare di recente interviste televisive di concertisti, specialmente pianisti delle generazioni più giovani, manifestare interesse, apprezzamento e dare opportuna rilevanza al jazz e ai suoi interpreti, spesso colleghi di strumento.
            Del resto, persino l’austero e rigoroso Benedetti Michelangeli e l’insigne von Karajan nutrivano stima e avevano contatti con il mondo del jazz.
            Come hai ben osservato, i musicisti, spesso, sono molto più avanti di certo pubblico “specializzato”.

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