Il Jazz nell’età dello spazio

Nella narrazione del jazz  si è spesso abusato della parola “rivoluzione” quando si affronta la fase anni ’60 relativa al “Free Jazz” e ai suoi maggiori protagonisti, indicando una sorta di punto di non ritorno  per il jazz e un distacco dalla sua tradizione pressoché definitivo. Sicuramente il termine è anche legato alle forti implicazioni socio-politiche che tale fase musicale ha manifestato e dalle quali oggettivamente si doveva e si deve tener conto. Tuttavia, volendo uscire un po’ dai soliti schemi e studiando più in profondità la storia di questa musica e le biografie dei protagonisti che hanno dato vita a quel movimento ci si rende conto che gli eventi musicali sono stati molto meno traumatici e più contigui di quanto di norma viene raccontato, in un processo di progressivo mutamento che ha diversi prodromi e precursori che coinvolgono anche una buona fetta delle musiche e delle registrazioni degli anni ’50. L’analisi è parecchio complessa e articolata, poiché coinvolge diversi protagonisti in un intreccio di contributi non semplice da districare e non può certo essere affrontata in questa sede in poche righe.

Tra i precursori che hanno contribuito all’approssimarsi di una concezione nuova, più libera nell’improvvisazione, sganciata dai vincoli dell’armonia funzionale e dalle tradizionali forme per decenni utilizzate dagli improvvisatori, può essere indicata una delle menti più illuminate del periodo, ossia il pianista, compositore e teorico della musica George Russell. Il suo Lydian Chromatic Concept of Tonal Organization è un testo di teoria fondamentale, pubblicato già nel 1953, che mette al centro la “tonal gravity” del modo lidio, costruito sul ciclo delle quinte.

Si può ascoltare una importante esemplificazione di quanto detto nel brano che sto per proporvi tratto da un disco fondamentale come Jazz in the Space Age e in particolare nella innovativa composizione spezzata in tre parti intitolata Chromatic Universe. Il disco era il terzo pubblicato da Russell da leader dopo The Jazz Workshop del 1956 e New York, N.Y. del 1959, entrambi eccellenti e suonati da formazioni costituite da solisti di prima grandezza, evidentemente molto coinvolti dalle idee del leader. Anche in questa realizzazione ci sono presenti musicisti eccezionali, con particolare riferimento a due geni assoluti del pianoforte che interpretano insieme magnificamente i concetti teorizzati da Russell, ossia Bill Evans e Paul Bley (pare che Bill Evans fosse letteralmente entusiasta di quella innovativa esperienza, mentre il disincantato Bley la considerasse qualcosa per lui di più abituale già in quel periodo).  Chromatic Universe è un lavoro ambizioso che mescola improvvisazione libera con passaggi scritti che non solo hanno resistito alla prova del tempo, ma ancora suonano molto freschi.

Vi propongo in particolare la prima breve parte, caratterizzata da un tempo davvero inusuale per il jazz come il 5/2 scandito dalle spazzole della batteria e dove Evans e Bley improvvisano già “free”, poiché non esistono indicazioni di accordi, scale o temi, ma vengono solo guidati dalla scansione della batteria e dalla linea del contrabbasso.

Buon ascolto

71tYiQ1z1qL._SL1000_Chromatic Universe, Part I

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One thought on “Il Jazz nell’età dello spazio

  1. Era un epoca se non di rivoluzioni certamente di grandi slanci e sogni. Anche la corsa per portare l’uomo sulla luna, sebbene avesse ragioni politiche ne aveva anche di ideali. Oggi le superpotenze si combattono giocando cinicamente con l’ IS per il predominio su aree geografiche in Medio Oriente. Non c’è da stupirsi che anche la musica e le arti siano in grande crisi. Questo tuffo nella musica di George Russel è benefico e vivificante. Grazie per la segnalazione!

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