Non dimentichiamo Mulgrew Miller

Ci sono musicisti nel jazz che per una serie di motivazioni non hanno avuto il riscontro che meritano, specie se provenienti dalla nutrita galassia del cosiddetto “modern mainstream”, o semplicemente mainstream americano che dir si voglia, considerato impropriamente oggi da molti un mondo musicalmente conformista e troppo fedele al canone africano-americano. E’ senz’altro vero che si tratti di un ambito linguistico abbondantemente esplorato e consolidato, nel quale è difficile poter aggiungere qualcosa di nuovo, come è altrettanto vero che esistono oggi in circolazione delle semplici repliche del passato, magari cariche di sterile virtuosismo, ma ho sempre considerato questo modo di (non) ragionare intorno alla musica troppo schematico, pregiudiziale (volendo ben vedere si potrebbero dire cose analoghe anche di molte ormai vetuste sedicenti avanguardie) e alla fine incapace di elaborare una autentica analisi utile ad individuare i tratti stilistici identificativi  dei vari musicisti.

Il pianista Mulgrew Miller, morto prematuramente circa tre anni fa all’età di 57 anni, è stato probabilmente giudicato dai più uno di questi, ma si è trattato in realtà di un pianista e compositore eccelso, duttile come pochi altri e, per quanto ne so, sempre molto stimato dai colleghi. Non a caso, innumerevoli sono state le sue partecipazioni come richiestissimo sideman nei gruppi altrui, sapendo districarsi nei contesti più variegati, un po’ come sapevano fare negli anni ’50 pianisti come Tommy Flanagan o Hank Jones, ai quali in un certo senso è accomunabile a livello di carriera professionale e relative ingenerose valutazioni critiche. Influenzato stilisticamente da Ramsey Lewis e particolarmente da Oscar Peterson, Miller è sostanzialmente emerso negli anni ’80, dove ha saputo aggiungere alle sue citate influenze una maggiore libertà armonica e la peculiare concezione pianistica di un McCoy Tyner, riuscendo a diventare egli stesso un punto di riferimento per successive leve pianistiche. Basterebbe chiedere un parere a Geoffrey Keezer o a Robert Glasper.

Lo stile di Miller si è comunque evoluto attraverso variegate esperienze professionali  con una serie di importanti figure del jazz. Dopo aver lasciato l’università è stato il pianista della Duke Ellington Orchestra per tre anni, poi ha coperto il formativo ruolo di accompagnatore di vocalist per la cantante Betty Carter, che ha sempre avuto fior di pianisti alle sue dipendenze. Quindi tre anni con il trombettista Woody Shaw e con i Jazz Messengers di Art Blakey, esperienze alla fine delle quali ha iniziato a registrare in qualità di leader di una propria band.

Parafrasando le affermazioni di Ben Ratliff sulle colonne del New York Times, in Miller è rintracciabile un po’ di tutto, risalendo sino alle profonde radici della tradizione musicale africano-americana.

Ne dà prova in questo brano tratto da una sua splendida esibizione riportata in due CD e registrata in due serate all’ Oakland, California club Yoshi’s.

Buon ascolto.

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