L’ultimo soffio di Leandro “Gato” Barbieri

Ci ha lasciati ieri 2 Aprile uno dei più grandi e, soprattutto, originali sassofonisti del jazz emersi dagli anni ’60, cioè negli infuocati anni del Free Jazz ma giunto poi alla fama internazionale all’inizio del decennio successivo. Certamente un grandissimo divulgatore e portatore in ambito jazzistico del verbo musicale latino-americano nella sua interezza (tra tango argentino, samba, salsa, musica andina e molto altro ancora) e della musica del cosiddetto Third World. Quello che negli anni ’70  era parso un successo commerciale spropositato causato anche e soprattutto dalla moda del momento e deplorato dai soliti “puristi” del nulla, pare oggi invece un contributo musicalmente e artisticamente molto più solido di quanto non apparve allora e ancora appaia a molti oggi. Barbieri visto con gli occhi di oggi è invece stato per certi versi un musicista chiave per una migliore comprensione del contributo latino-americano al jazz, oltre a evidenziare quella componente di globalizzazione dei linguaggi musicali che poi è letteralmente esplosa in mille rivoli nei decenni successivi. Di fatto il suo successo commerciale e il debordare più in là verso una musica decisamente più leggera e di consumo (ma poi non sempre così di scarso valore) hanno favorito il fraintendimento e la minimizzazione del suo per nulla trascurabile contributo.

Molti  ancora oggi stentano a riconoscere l’importanza di questo eccelso improvvisatore e originalissimo tenorsassofonista, certamente influenzato da Coltrane, ma in possesso di un suono inconfondibile, caldo ed espressivo come pochi altri, limitando il suo periodo artisticamente interessante a quello legato agli uomini del Free anni ’60. Nel quadro complessivo della sua estetica questa è da considerarsi oggi una visione troppo parziale e modellata sulle ristrette e ormai vetuste ideologie di una critica, per lo più europea, ancorata rigidamente a schemi ormai improponibili, che peraltro rivelano una incerta conoscenza della cultura musicale latino americana che invece si sta sempre più dimostrando come uno dei pilastri su cui si basa il jazz di oggi.

Barbieri ha avuto un certo periodo di fama in Italia a causa di una sua lunga frequentazione nel nostro paese, partecipando anche alle registrazioni di Nuovi Sentimenti di Giorgio Gaslini e, in ambito di musica leggera, Sapore di Sale di Gino Paoli. Ha poi collaborato con Piero Umiliani prendendo parte alla colonna sonora dei film Una bella grinta di Giuliano Montaldo (1964) e Svezia, inferno e paradiso di Luigi Scattini (1968). Nel 1972 collabora con Bernardo Bertolucci componendo la colonna sonora del film Ultimo tango a Parigi, che gli è valsa un Grammy Award.

Certamente una figura che meriterebbe una rivalutazione complessiva e mi risulta informalmente che è da tempo in cantiere qualcosa di scritto più competente ed approfondito che dovrebbe essere di prossima uscita. Occhio alle edicole dunque.

Vi lascio dopo questo breve commento dettato dall’onda emozionale, sulle note della sua interpretazione di Milonga Triste con arrangiamenti di Chico O’Farrill.

Chapter_Three_Viva_Emiliano_ZapataMilonga Triste

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