la sagra della batteria in chiusura del festival

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Ultime impressioni e poi in settimana vedremo di fare una analisi più approfondita e sedimentata di un festival complessivamente positivo.

Giornata domenicale dedicata ai gruppi dei batteristi a Bergamo Jazz. Nel pomeriggio il quartetto acustico di Mark Guiliana ha presentato un gruppo compatto che si è mosso in chiave attualizzata tra i riferimenti, quasi inevitabili, al quartetto coltraniano anni ’60 e quelli meno scontati e più “cantabili” del quartetto americano jarrettiano anni ’70. Al di là del gusto personale di ciascuno, Guiliana, che ascoltavo per la prima volta, ha reso tangibile il perché è oggi considerato uno dei batteristi più richiesti e versatili della competitiva scena musicale newyorkese.

Riguardo ai concerti serali, ci è parso riuscito e stimolante, anche se forse un po’ prolisso, il progetto “Five Blokes” del settantacinquenne batterista sudafricano Louis Moholo-Moholo, in un intreccio musicale variopinto e fonicamente energico, fatto di jazz intriso di temi folk cantabili e cantilenanti sudafricani e spunti parzialmente riferibili alla cangiante musica mingusiana. Un insieme di temi ed atmosfere musicali fusi tra loro in forma di suite, coordinato dall’abile conduzione del pianista inglese Alexander Hawkins ben sintonizzato sulle intenzioni dell’istrionico leader alla batteria.

Il divertente progetto “Wicked Knee” del batterista Billy Martin ha però mostrato, almeno per chi scrive e al di là del valore indiscutibile dei solisti, alcuni difetti di messa a fuoco progettuale analoghi a quelli richiamati per il concerto inaugurale di Franco D’Andrea, al quale si accomunava per l’impegnativo intento di rivisitare la profonda tradizione jazzistica degli anni ’20 e ’30 in chiave moderna e aggiornata. Si sono sentiti richiamare in sequenza: il celebre Sugar Foot Stomp della orchestra di Fletcher Henderson (ma notoriamente derivato dal Dippermouth Blues della Creole Jazz Band di King Oliver), un frammento di Una Muy Bonita di Ornette Coleman, per arrivare all’ellingtoniano inno jazzistico allo swing di It don’t mean a thing if it ain’t got that swing.

a risentirci e buon inizio di settimana

Riccardo Facchi

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