Mingus e il Free

“Free Jazz”, letteralmente tradotto “Jazz libero”, a nessuna altra etichetta stilistica nella storia della musica improvvisata è stato dato un significato plurivalente e talvolta persino mistificatorio, fraintendendone spesso l’effettiva portata. Ma cosa si intende per libertà nel jazz, e libertà da che cosa? Certo la parola non ha il significato di “suonare a capocchia”, facendo un po’ di gratuita cacofonia, né è per forza sinonimo implicito di rivoluzione o modernità musicale, tanto meno di creatività automatica del musicista che la pratica.

La libertà di cui si parlava al tempo era da intendere dalle rigide regole dell’armonia funzionale, fondamentalmente e  in estrema sintesi, e da certi schemi che venivano utilizzati nel jazz degli anni ’50 sempre più in modo automatico e meccanico e ritenuti inderogabili, limitando in molti casi le potenzialità espressive e creative degli improvvisatori.

Iconograficamente si fa partire questa fase musicale con la pubblicazione del celeberrimo disco intitolato appunto Free Jazz di Ornette Coleman pubblicato nel 1961, facendo, come al solito, apparire l’inaugurazione di una nuova fase stilistica nel jazz come una invenzione individuale e “rivoluzionaria” (quando si farà sparire questa parola da quella tradizione musicale sarà sempre troppo tardi) venuta quasi dal nulla e che si affranca nettamente e in modo totalmente discontinuo con la tradizione precedente. Nulla di più mistificatorio, se non falso, di questa interpretazione, che, in particolare per il Free, è ancora molto in voga tra gli appassionati, in quanto il jazz si è sempre mosso in modalità niente affatto discontinue e con contributi plurimi di diversi musicisti che, seguendo strade differenti, sono arrivati ad analoghe conclusioni, definendo un concetto di libertà in musica più articolato e man mano più ampio, senza  alcuna necessità di negare la propria tradizione musicale di riferimento e il passato. Sul tema ci sarebbe da scrivere molto ma non è questo il momento e la sede per farlo.

E’ noto che Charles Mingus avesse un rapporto, diciamo così, dialettico con il Free Jazz e i suoi protagonisti, tuttavia, egli è stato certamente tra i suoi precursori sin dalla metà degli anni ’50, anche se lo fece senza utilizzare etichette e seguendo un suo personale percorso da tempo in atto e una idea di musica personalissima, ben precisa e comunque quanto mai ancorata alla propria tradizione.

Ne è un chiaro esempio questa registrazione che vi propongo, tratta da quella esibizione live al Café Bohemia con Max Roach alla batteria, che io ancora oggi considero tra i suoi massimi capolavori, peraltro non molto citati. Dischi di una bellezza e di una creatività folgorante e assolutamente senza tempo. Il brano non sembra davvero possibile che sia stato registrato nel 1955, tanto appare ancora oggi avanzato.

Buon ascolto

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2 thoughts on “Mingus e il Free

  1. Trovato ora questo blog per caso alla ricerca di immagini e filmati su Dolphy/MIngus. Condivido in pieno la sua valutazione riguardo i due dischi al Cafè Bohemia. Sto mettendo insieme materiale per una videoconferenza teatralizzata su Mingus, negli ultimi tempi l’ho ascoltato veramente tanto, in largo e in lungo, e il gruppo del Bohemia e gli arrangiamenti e composizioni sono tra le cose più alte di Mingus. Concordo anche che siano poco citati e sottostimati (aggiungo). In tanti profili su Mingus sembra che Pithecantropus sia il suo primo disco. Qui trovo un equilibrio magistrale tra coolness e fermenti più neri e soul sui quali insisterà maggiormente in seguito (anche per motivi legati alla produzione vedi i CBS e Blues And Roots). Qui troviamo non meno sperimentazione che in seguito e i suoi compagni sono del tutto coerenti e adatti al suo progetto musicale. Non so cosa ne pensa ma trovo invece sopravvalutato il quintetto degli album Changes. Lo stesso Mingus sopportava a stento le scorribande aleatorie e urlate di Adams e Pullen che rimangono comunque due grandi musicisti. Un saluto

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    1. Sinceramente non è che riesco a scartare molto dalla discografia di Mingus e francamente ho sempre trovato i due Changes dei capolavori, tra i massimi degli anni ’70, in generale. A livello compositivo e anche esecutivo Mingus con quel gruppo era ai massimi e rappresentava bene la sintesi musicale di quegli anni tra avanguardia e tradizione. Forse l’elemento più debole era Jack Walrath, anche perchè era il meno esperto e comunque guardi che suonare la musica di Mingus era ed è un gran casino, mi scusi la grossolanità del termine. Per la faccenda dell’Adams urlante credo che lei si riferisca a Devil Blues che, forse, è il brano più debole, ma fino ad un certo punto e comunque quella era la chiave espressiva assai esuberante di Adams sul blues. Se lei ascolta i suoi dischi da leader se ne rende conto. Da ex sassofonista posso solo dire che ho sempre ammirato tantissimo la voce strumentale, l’espressività unica e il grande controllo tecnico di George Adams, un sassofonista direi unico nel panorama di quello strumento, figura che andrebbe rivalutata alla grande e Pullen guardi che è stato uno dei pianisti più significativi di quegli anni. Invece sul resto concordiamo perfettamente

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