Jazz tra fratture e continuum

La retorica pluridecennale intorno al jazz nel nostro paese, specie dal Sessantotto in poi, ci ha dipinto un quadro evolutivo parecchio falsato, fatto di sedicenti rivoluzioni musicali e di “salti” improvvisi da uno stile all’altro, all’apparenza quasi venuti dal nulla ed operati da singole figure geniali, con affrancamenti pressoché definitivi verso una tradizione musicale considerata del tutto impropriamente obsoleta. Una sorta di reperto museale, secondo una sbilenca e ambigua concezione “progressista”nella quale il “nuovo” annichilirebbe implicitamente il “vecchio”. Senza contare l’ignorante e mistificatorio tentativo che vi è stato di attribuire a tale musica intenti socio-politici ad essa del tutto estranei e, guarda caso, sempre riconducibili a battaglie proprie della miserrima e faziosa politica nostrana. Risultato di tali furiose quanto penose battaglie ideologiche tra sedicenti “progressisti” e “reazionari” della musica (come amiamo noi italiani lo scontro tra fazioni prendendo a pretesto qualsiasi materia, non ce n’è nessuno…), è che oggi gli stessi che qualche decennio fa predicavano la rivoluzione musicale sotto la bandiera del Free Jazz e delle battaglie politiche contro “l’imperialismo americano”, oggi si beano della borghesissima, decadente  e davvero reazionaria musica in stile ECM dicendone sempre e comunque mirabilie, con una sensibilità e selettività critica degne di un ultras dello stadio.

Peccato che il jazz mai ha funzionato così come quella retorica ci ha descritto e la stessa ECM decenni addietro produceva un catalogo molto meno lodato ma assai più vario, musicalmente aperto e artisticamente creativo.

Un chiaro esempio di questo discorso è il disco ECM dell’Art Ensemble Of Chicago Full Force registrato nel 1980che mostra chiaramente come i musicisti della allora avanguardia musicale di Chicago (ritenerla ancora avanguardia oggi a distanza di decenni, la dice lunga di come il pensiero musicale intorno alla musica improvvisata nel nostro paese si sia fermato e involuto su se stesso, un po’ come tutto il resto nello scenario del paese) pagano un tributo di rispetto e amore verso la propria tradizione musicale, peraltro non occasionale. Questa sorta di ritratto di Charles Mingus e della sua cangiante musica, insieme continuamente dentro e fuori la propria tradizione, viene a fagiolo sul tema e si può dire davvero azzeccato e meritevole di ascolto.

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