Anima e ritmi brasiliani al Teatro Parenti

 

Trio Da Paz 002

Milano, 6 marzo 2016 – Concerto del Trio da Paz.

In una intervista prodotta lo scorso anno per Musica Jazz, un insospettabile Keith Jarrett rivelava al suo interlocutore (che poi è lo stesso direttore artistico della manifestazione di cui abbiamo seguito ieri il concerto d’esordio) di considerare la musica brasiliana uno dei maggiori contributi alla musica americana, almeno nell’ultimo cinquantennio. Eppure, un concetto come questo che va ben oltre la semplice opinione, per quanto autorevole, espressa da un così importante musicista e improvvisatore contemporaneo, stenta ad essere compreso e accettato in Italia, dove invece la stessa viene ancora considerata da molti alla stregua di una musica “facile”, commerciale, costruita in gran parte sulla eccessiva semplicità formale della forma canzone. Una delle tante tipiche distorsioni prodotte da chi continua a elaborare un pensiero pesantemente stantio in ambito di musiche improvvisate, partendo da presupposti formali fondamentalmente estranei alla cultura cui si tenta di applicarli, ritenendo forse implicitamente sempre e comunque superiori i propri assodati riferimenti culturali rispetto a quelli di chiunque altro. Giustamente si faceva notare alla presentazione del concerto, come la musica brasiliana costruisca invece la sua ricchezza non tanto in un contesto di complessità strutturale, ma proprio all’interno della forma canzone stessa, che si rivela per essere un agile e flessibile elemento di base per una sofisticata elaborazione musicale in termini soprattutto di complessità ritmica, peraltro ancora oggi abbondantemente utilizzata, al di là (mi permetto di aggiungere) di certo decadente e aritmico melodismo che sempre più spesso viene proposto nel nostro paese in ambito improvvisato e scambiato improvvidamente per jazz. Ed è proprio la condivisione dell’elemento ritmico ad avviso di chi scrive il fattore comune che probabilmente ha permesso di raggiungere rapidamente e in modo naturale una perfetta fusione tra jazz e musica brasiliana (ma più estensivamente direi le musiche afro-latine), ossia in sintesi tra swing e ritmi latini. Che il ritmo sia stato nel secolo scorso il precipuo elemento innovativo in musica non credo debba costituire una affermazione sorprendente, o clamorosa, come di conseguenza non dovrebbe sorprendere che le “meticce” culture musicali delle Americhe, così pregne di ritmi e poliritmi, siano state assolute protagoniste in tale ambito, costituendo anche a livello di prassi un esempio per lo sviluppo di futuri cicli culturali.

Seguendo perciò questa logica, il cartellone della nuova stagione di concerti al Parenti ha puntato quest’anno, dopo la precedente dedicata in maniera più ortodossa al “mainstream jazzistico”, su una trasversalità di generi quanto mai attuale, proponendo un esordio proprio incentrato sulla commistione tra jazz e musica brasiliana, ben rappresentata appunto dal Trio da Paz, formazione affiatata e tra le più “jazzistiche” del Brasile, che festeggia proprio quest’anno i suoi trent’anni di attività. Costituito da maturi esponenti del jazz samba come Romero Lubambo alla chitarra, Nilson Matta al contrabbasso e Duduka De Fonseca alla batteria, il trio ha sciorinato più di un’ora di brillante concerto, costituito da un set di canzoni brasiliane (con l’eccezione dell’italianissima Estate che comunque da tempo è entrata a far parte del book di composizioni brasiliane, specie dopo le fenomenali interpretazioni passate di Joao Gilberto), un buon mix tra quelle di propria composizione e altre celeberrime di autori come Ary Barroso (Aquarela do Brazil) e A.C. Jobim (Wave). Tutti i componenti del trio hanno mostrato eccellenti qualità strumentali, ma nella chitarra acustica di Lubambo è emersa, oltre alla raffinatissima tecnica, una capacità davvero rara di armonizzare in modo originale e sofisticato quei brani appena citati. Ho apprezzato in particolare la sua insolita versione “slow” di Wave, che il musicista stesso, dopo il concerto, ci ha spiegato essere stata scelta dettata dalla volontà di mettere meglio in luce la splendida melodia. Dobbiamo dire che in effetti ci è decisamente riuscito. Molto ben pensate anche le composizioni originali o di autori brasiliani meno noti. Sono così emersi nell’esibizione i diversi feeling tipici brasiliani, dalla gioia e la nota vitalità ritmica, come nell’iniziale Saudade da Bahia, alla dolce malinconia melodica, come nella dedica alla figlia di Lubambo Luisa. Il batterista ha annunciato verso la fine del set un suo dinamico brano dedicato al padre di Lubambo, originario del Nord del Brasile, contenente fonti musicali che andavano ben oltre il solito samba e la derivata bossa nova. Sempre a fine concerto, lo stesso De Fonseca spiegava come il Brasile, un paese anche geograficamente assai esteso, possegga una miriade di musiche e relative tradizioni in ogni angolo del paese e in direzione dei quattro punti cardinali, chiarendomi implicitamente quanto la musica brasiliana sia, al di là di certi stereotipi e superficialità critiche, ancora bisognosa di essere scoperta.

Riccardo Facchi

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