Michael Garrick e il jazz inglese anni ’60

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Sarò franco. Una delle tante facezie propagandistiche che circolano a proposito del nostro jazz, in tipico stile della miserrima politica italiana odierna e ad uso e consumo tutto interno, è che esso sia “il secondo al mondo” dopo quello americano (forse…). Ora, capisco il voler sfruttare certa abbondante ignoranza musicale congenita nel paese, non solo jazzistica, ma la cosa è totalmente priva di fondamento e bisognerebbe avere l’onestà intellettuale (questa sconosciuta…) di dirlo, ma ci si guarda bene dal farlo e in questi casi il silenzio ambiguo, se non omertoso, del “chi tace acconsente”, pare essere diventata la soluzione più comoda per tutti.

Non è il caso di fare classifiche ma il Jazz inglese ha dato e continua a dare uno dei maggiori contributi europei, anche solo in termini storici, sia per quantità di musicisti sfornati che per qualità. Non serve fare elenchi di musicisti britannici di ieri e di oggi, ma il pianista, organista e compositore Michael Garrick,  morto nel 2011 a 78 anni dopo aver sofferto di problemi cardiaci, è stato una delle figure di spicco del jazz britannico sin dal lontano  1960.  Creativamente inquieto, Garrick si unì agli innovatori del jazz inglese come il contraltista di origine giamaicana Joe Harriott (non a caso, si interessò come lui alla musica indiana, utilizzando scale e tecniche indiane in un certo numero di sue composizioni) e poeti con un debole per il jazz, ma contribuì anche alla costruzione di un considerevole repertorio di estese composizioni orchestrali, svolgendo anche una intensa attività  divulgativa e di proselitismo per il jazz nelle scuole. Tutto questo, mentre conduceva i propri piccoli gruppi e una big band. La gamma di tali composizioni di Garrick si estese anche a opere corali e pezzi liturgici,  il suo A Zodiac of Angels è ad esempio un’opera di 70 minuti, scritta nel 1988,  per orchestra sinfonica, sei solisti jazz, cantante jazz e coro.

Garrick è venuto alla ribalta inizialmente come pianista del  Don Rendell – Ian Carr Quintet nel periodo 1965-1969 (di Don Rendell si è scritto anche su Musica Jazz di febbraio),  portando avanti il progetto del suo sestetto dal 1966, le cui registrazioni sono state ultimamente ristampate, tra cui Black Marigolds (1966) e Dusk Fire (1965). Ispirato in parte da Ellington e Bill Evans, Garrick  era in realtà un pianista in gran parte autodidatta, brillantemente intuitivo e clone di nessuno. Era culturalmente vorace ed un esperto lettore di letteratura inglese essendosi anche laureato in tale ambito nel 1959, mantenendo un amore costante per la letteratura spesso fondendo le sue composizioni musicali con discorsi e  riferimenti letterari, in una sorta di Jazz & Poetry.

Per l’ascolto odierno vi propongo un brano tratto appunto dal suo Black Marigolds.

Buon ascolto.

 

R-453032-1300319409.jpegUrsula

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