Geri Allen e la Motown Music

coverSe qualcuno ha dei dubbi sul fatto che il jazz debba essere considerato una musica che, per quanto sofisticata, faccia parte o meno dell’ampio bacino delle musiche popolari, non solo afro-americane, potrebbe scioglierli ascoltando questo pregevole lavoro di Geri Allen, uscito nel 2013 e tra i suoi migliori. Non si sa se per pregiudizio, ignoranza, o per visione artistica di base impropriamente estrapolata dalla concezione europea in materia, il jazz in Italia è vissuto invece dai più come qualcosa di separato e di separabile dal resto: una musica colta pensata per il gradimento di una élite esclusiva di intenditori molto “cool”, la sola in grado di comprenderlo al grido di: “Meno siamo meglio è”. Negli ultimi tempi si è poi assistito a reiterati tentativi di revisionismo storico, più o meno “colti”, ma per lo più vani, secondo i quali il jazz avrebbe in realtà paternità e radici storiche fuori dal territorio americano e ben oltre l’etnia afro-americana, in barba alla natura costituente di certi complessi processi linguistici formativi che lo hanno progressivamente generato. Un po’ come cercare di affermare che siccome il pomodoro è di provenienza extra europea, la ricetta della pizza non può essere considerata parte della tradizione culinaria napoletana. Un esempio apparentemente banale e un po’ paradossale, ma credo efficace, che dovrebbe far perlomeno dubitare certe apodittiche menti nostrane della effettiva utilità di tali ricerche.

Chiariamo però da subito un punto: questo Grand River Crossings, dedicato alla musica della città natale della Allen (Detroit, nel Michigan) e alla casa discografica Motown, che tra anni ’60 e ’70 ha rappresentato un vero e proprio stile popolare in ambito di Black Music, non è un semplice omaggio o un pretesto per utilizzare un repertorio noto e abbordabile al più col fine di  realizzare un prodotto “commerciale”, bensì un vero e proprio studio musicale, elaborato in una visione jazzistica che mette in evidenza la condivisione delle radici presenti nel comune bacino musicale di riferimento. La Motown aveva sotto contratto i migliori talenti della musica popolare afro-americana di quegli anni: gente del calibro di Stevie Wonder, Smokey Robinson, i Jackson Five, Marvin Gaye e tanti altri. Oggi molti jazzisti, non solo neri, tra cui appunto Geri Allen in questo disco, riscoprono quel repertorio utilizzandolo per le improvvisazioni, a riconferma di quella consolidata prassi afro-americana fatta di innovazione pescando nei materiali della comune tradizione. La musica della Motown è stata anche qualcosa più di sola musica, entrando a fare estensivamente parte della cultura musicale americana. Gery Allen costruisce la riscrittura in chiave jazzistica di una bella cernita di canzoni di quel marchio attraverso un intimo e sofisticato album per lo più da solista in un progetto sul genere “The New Standards”. Le canzoni di Michael Jackson, Stevie Wonder, Holland-Dozier-Holland, Marvin Gaye e Lennon-McCartney sono suonate con approcci differenti, ma in tutti i casi viene esaltata la loro naturale bellezza. L’esordio con la sintetica versione di Wanna Be Startin’ s Somethin di Michael Jackson,  mette subito in luce la fisicità ritmica del brano, dove la Allen trova anche il modo di  far emergere le numerose sottigliezze presenti all’interno della melodia. Il tema lascia il posto a una splendida intro su Tears of a Clown  di Smokey Robinson (ma scritta da Stevie Wonder, sorta di Duke Ellington di quegli anni, in termini di prolificità compositiva) sviluppata come una ballad, prima di planare con grazia ed eleganza attraverso le varie sfumature armoniche di un brano dello stesso Wonder, poco battuto ma ricco di spunti, come That Girl. La Allen in pratica riformula queste canzoni, riuscendo a utilizzarle come modelli per l’indagine musicale e l’improvvisazione. La pianista dedica anche un meritato spazio ad uno dei più significativi rappresentanti della musica popolare afro-americana di quegli anni come Marvin Gaye, un musicista la cui importanza sociale e politica, oltre che musicale, andrebbe riscoperta e alla quale non a caso sono dedicati ben due brani come Inner City Blues e Save The Children, assecondandone nella relativa lettura l’originario spirito aggressivo, quasi “militante”.

Il trio di compositori costituito dai fratelli Brian e Eddie Holland e da Lamont Dozier ha scritto, arrangiato e prodotto diverse canzoni di successo negli anni ’60, contribuendo a definire lo stile Motown di allora. Geri Allen ne mette in programma un paio: Baby I Need Your Lovin’, portata al successo dai Four Tops, e  Itching In My Heart, suonata in collaborazione con il sassofonista David McMurray, dimostrando che un grande jazzista può sbloccare i complessi segreti di una melodia semplice rivelando la sofisticazione negli strati ad essa sottostanti.  Con Stoned Love ci si addentra nei meandri profondi del blues e del gospel, presenti nel brano portato al successo dalle Supremes. La profonda spiritualità afro-americana del gospel esce in tutta la sua forza nella sua versione pianistica, sempre concentrata più sugli aspetti espressivi che su quelli meramente virtuosistici. Completano il programma due sue brevi composizioni e tre brani in duetto con la splendida e un po’ sottostimata tromba del compianto Marcus Belgrave, che emerge in The Smart Set del batterista Roy Brooks e nello swingante Nancy Joe  di quel grande trombettista e bandleader che è stato Gerald Wilson, anch’egli  nativo di Detroit.

Geri Allen sarà presente al prossimo Festival del Jazz di Bergamo, proprio con questo genere di progetto, scritturata dal nuovo direttore artistico della manifestazione, Dave Douglas, che non a caso in conferenza stampa ha dichiarato di considerarla una delle protagoniste sulla scena del pianismo jazz contemporaneo. Siamo certi che non deluderà le attese.

Riccardo Facchi

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