Pensiero musicale arretrato in un paese arretrato

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C’è poco da fare: Renzi può lanciare i suoi lazzi propagandistici contro “i gufi ” in continuazione, ma ogni giorno, in ogni occasione e negli ambiti più disparati, abbiamo la conferma lampante di un paese arretrato, vecchio e soprattutto che pensa vecchio. Perché è questo il reale problema odierno dell’Italia: un paese che culturalmente è rimasto fermo ad un pensiero post-sessantottino (non prendo nemmeno in considerazione quello coevo di certa destra odierna che sta da tempo riscuotendo consenso, perché non ha fornito alcun reale nuovo contributo) man mano degradato e corrotto (in tutti i sensi…) nei decenni successivi, sino alla miseria culturale odierna nella quale si è rinchiuso, basandosi su una supposta superiorità intellettuale, culturale e morale che  in realtà non sta più in piedi e forse nemmeno è mai esistita.  Ci si riempie la bocca continuamente di parole come democrazia, pluralismo, confronto delle idee e delle opinioni (che per lo più si traducono in risse tra fazioni contrapposte o, peggio, in omertosi silenzi), ma di fatto il paese non solo non sembra aver fatto passi avanti in tal senso, ma si mostra addirittura incapace di praticarle, scadendo in una sorta di pensiero unico. Chi non si allinea è solo un “gufo”, non capendo che la dialettica e la critica in buonafede possono rivelarsi più utili di certo becero e interessato allineamento ideologico, che alla fine sa di fascismo sotto mentite spoglie. Una malattia dalla quale l’italiano pare non essere mai guarito. Un pensiero, il nostro, che rifiuta di aggiornarsi e di affrontare la realtà del mondo globalizzato per quella che è. Si è scelto in sostanza di non affrontarla, come lo struzzo che mette la testa sotto la sabbia, rinchiudendosi nella giustezza immutabile delle proprie convinzioni e delle proprie idee, cercando nella realtà solo gli indizi utili alla conferma delle stesse e conseguentemente di se stessi, scartando tutto il resto. E invece occorreva e occorre fare l’esatto contrario, ma servirebbe un’ altra mentalità, che certo non può attendersi da una élite intellettuale vecchia e fatta di vecchi, non più in grado oggettivamente di rappresentare il mondo d’oggi.

D’altro canto, sorprende e amareggia il notare come purtroppo anche le nuove generazioni degli attuali  trentenni e quarantenni, che dovrebbero costituire la nuova classe dirigente, tendono a “pensare vecchio”, sostanzialmente perché sono stati “educati” in modo vecchio e poco aperto al multiforme intreccio dialettico delle idee, delle culture e delle complesse situazioni che il mondo globalizzato rapidamente propone. E’ questa la parte del problema a mio avviso più preoccupante. D’altronde, cosa aspettarci da una formazione scolastica, universitaria e conservatoriale che negli stessi anni è degradata sempre più dimenticandosi dell’unico reale obiettivo per il quale le stesse strutture scolastiche e accademiche giustificano la loro esistenza, ossia, l’istruzione e la formazione concreta e aggiornata dei propri studenti, che poi sono anche i cittadini di questo paese e che costituiscono il Paese. Perché è inutile girarci intorno: il Paese siamo tutti noi e non serve prendersela con una classe politica miserrima, miope e impreparata, perché questa l’abbiamo avvallata col compito di rappresentarci. E infatti purtroppo ci rappresenta agli occhi del mondo e a quanto pare non è un bel vedere, nonostante l’immagine propagandata al nostro interno dall’ottimismo renziano: le nostre bellezze, purtroppo trattate sempre peggio, con la narrazione di un “made in Italy” in realtà ormai ridotto all’osso (a volte pure  inventato) e blaterando ad ogni occasione circa le nostre grandi tradizioni. Magari certe lodi bisognerebbe lasciarle fare agli altri, perché come dice un noto detto lombardo: Chi ‘l gà mìa di àntadur i se ànta desperlùr, ossia, chi non ha estimatori si vanta da solo. Non credo che accettare e comprendere la globalizzazione si traduca, che so, nel mettere le patatine fritte sulla pizza, questo pare esattamente uno di quegli effetti deleteri che abbiamo assorbito con più facilità e superficialità, che mi ricorda tanto la scena di Alberto Sordi nel film Un americano a RomaPeccato che quel film e quella ironica intuizione del “‘mazza che zozzeria…” è del 1954, non del 2016. Quanto ci manca la sua ironia e quella di Totò, che almeno sapevano ironizzare sui nostri atavici difetti. Oggi invece li prendiamo sul serio e ce ne facciamo seriamente vanto.

Tutto questo ragionamento potrebbe sembrare la tipica lamentazione condita da un moralismo a buon mercato, dunque di che ci si preoccupa? Nulla di nuovo e nulla di diverso dai naturali mutamenti dovuti all’alternarsi dei cicli generazionali nella storia. La domanda che allora  potrebbe sorgere è: “Che cosa c’è di diverso o di cambiato rispetto al passato? In apparenza poco o nulla, ma una differenza fondamentale c’è ed  è legata al mutamento della dinamica degli eventi, ossia, all’estrema velocizzazione degli stessi causata dalle innovazioni tecnologiche portate nel campo delle telecomunicazioni  in questi decenni a cavallo dei due secoli e che cozza con la nostra lentezza, rimasta alle dinamiche più compassate delle epoche precedenti . L’enorme progresso degli strumenti tecnologici di comunicazione sta infatti rendendo tutto più veloce e la capacità di risposta degli uomini e delle relative società deve essere necessariamente più rapida, altrimenti si viene travolti dagli eventi, come infatti sta accadendo. Ecco perché la stagnazione culturale e delle idee che abbiamo avuto in Italia (ma si potrebbe estendere il ragionamento anche a tutto il Vecchio Continente) nell’ultimo cinquantennio sta aggravando la situazione, alimentando un disagio che è tipico di chi alla fine si ritrova incapace, confuso e impotente nell’affrontare situazioni come l’attuale invasione di immigrati, cui non siamo più abituati. Non è un caso che alla fine un paese come gli Stati Uniti che ha vissuto storicamente di immigrazione e di meticciato culturale è quello che meglio di altri sta reagendo nel mondo occidentale a certe dinamiche: semplicemente perché ci convive da secoli.

Inutile dire che una situazione del genere si riverbera anche nel campo di nostro interesse, cioè quello musicale e in particolare jazzistico. Si ciancia tanto di quanto grande sia il nostro “jazz italiano” e quanto sia ricco di nuove proposte e nuovi talenti e forse è anche vero, tuttavia diversi indizi a livello comunicativo parrebbero non rilevarlo, disegnando invece uno scenario musicale parecchio invecchiato e assai ripetitivo. E’ una mia idea errata? Forse, ma se scorrete ad esempio le graduatorie del Top Jazz di quest’anno vi accorgerete che circolano ancora i nomi di venti/trenta persino quaranta anni fa. Spiace sottolinearlo, ma l’immagine del jazz italiano è vecchia e ferma ai soliti nomi da troppo tempo e con tutto il rispetto per i musicisti nominati, non è un bel segno e soprattutto contraddice l’immagine di un jazz italico rigoglioso e in fermento.

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Si potrà obiettare che il problema non sta nei protagonisti sulla scena ma in chi nomina e in chi valuta. Sono loro che pensano vecchio e non si aggiornano o sono ancorati a concetti musicali ormai vecchi di mezzo secolo. Giusto, osservazione pertinente, peraltro confermata  anche dalle valutazioni sullo scenario internazionale del jazz. Da noi girano quasi solo nominativi di sessantenni e settantenni, ancora considerati “avanguardia musicale ” quando la scena musicale attuale  propone molto altro e molto di meglio andando  da tempo in altre direzioni. Nuovi trentenni e quarantenni, peraltro in attività da tempo, sono sistematicamente trascurati nelle nomination sostanzialmente perché non conformi a concetti musicali e idee sul jazz di mezzo secolo fa su ciò che si deve considerare come “musica avanzata” in tale ambito. Cioè la musica fatta ad immagine e somiglianza di chi la valuta…E infatti una critica vecchia e settaria (o giovane ma allevata con pensiero analogo) sceglie musicisti vecchi che creativamente hanno già detto da tempo la loro, mentre la musica va da qualche altra parte. Certo capisco, è dura ammettere a se stessi di essere vecchi ed essere invecchiati assieme alla musica che si ascolta e che si è ascoltata per 50 anni, d’altronde è tutto molto coerente: viviamo in un paese vecchio, che pensa vecchio e che come mia madre ottantenne guarda continuamente al proprio passato, ai bei tempi che furono alle nostre tradizioni musicali. Non a caso l’orrendo e lento Festival di Sanremo, una autentica anticaglia plastificata tenuta in piedi per vendere al meglio qualche spot pubblicitario dati auditel alla mano, sta riscuotendo ancora grandissimo successo televisivo, anche tra i giovani (?), si narra con entusiasmo sui giornali. Appunto, come volevasi dimostrare, siamo un paese con lo sguardo costantemente rivolto al passato. Comprensibile, specie quando il presente si rivela sempre più orrendo e difficile da guardare.

Riccardo Facchi

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