Cannonball e il ruolo del divulgatore

“Dio solo sa perché ci fosse chi, all’ascolto di un assolo di Cannonball Adderley, arricciasse il naso. L’accusa, generica come sempre accade in questi infimi casi, era che si trattasse di un artista commerciale (…). Era comunque del tutto inutile attribuire a priori la patente di mercenario al sassofonista, che fu un divulgatore di straordinaria levatura (…). Il suo è stato un ruolo prezioso di un qualcosa di poco conosciuto, di ancora sconosciuto, messaggero di un mondo che per la maggior parte del pubblico era oscuro, forse persino ambiguo o inquietante. D’altronde la cultura nero-americana, per non dire l’intera cultura nera, ha sempre posseduto tale valenza per gli occidentali, anche i meno posseduti da pregiudizi o terrori verso l’ignoto: in questo senso, Cannonball Adderley rappresentò un qualcosa di rassicurante, con il suo approccio fortemente melodico, con il suo gusto per l’entertainment, con la sua capacità di spogliare apparentemente l’uso dei materiali tradizionali afro-americani della propria cruda drammaticità per sostituirvi una verve ritmica di stampo non meno tradizionale dotata di una superficiale “joie de vivre” che, più che al blues, attingeva dalla foga estatica del gospel. Certo, il ruolo del divulgatore, si sa, non è facile: si rischia di passare per l’autore di una svendita a bassissimi prezzi, e così è avvenuto puntualmente anche per Adderley, assai velocemente passato alla Storia, per molti, come una sorta di clown del funky, allo stesso modo con cui non pochi travisarono l’ironico gusto teatrale di un Fats Waller (cui Adderley era apparentato, oltre che per affinità fisiche, da una serie non piccola di legami) per un residuato da “minstrel-show”. Ancora oggi Cannonball Adderley non ha quel che gli spetta: passa per un artista minore, divertente ma trascurabile. Pochi si pongono il problema di quel lavoro di volgarizzazione che il sassofonista si assunse, diffondendo assai più di qualsiasi altro hard-bopper, il verbo del jazz più tradizionale, più autenticamente nero-americano (…). Con ciò non si deve arguire che Cannonball Adderley fosse un artista “facile”: piuttosto, era in grado di coniugare meglio di chiunque altro la sofisticazione di un musicista capace di un altissimo livello di elaborazione, con la spontaneità dell’entertainer più consumato.(…).

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(…) Adderley non ricercava certo il cerebralismo (così come non lo ricercavano Louis Armstrong o Fats Waller, senza che ciò togliesse alcunché ai loro capolavori) (…). Resta il fatto che era riuscito ad impostare un modello dagli effetti tutt’altro che trascurabili, sottolineando ancora una volta l’impossibilità di creare alcun pensiero jazzistico prescindendo dall’esperienza nero-americana, ed aprendo la porta ad un’infinita utilizzazione di materiali più propriamente nero-americani. Il riallaccio alle fonti gospel, d’altronde, pur sottolineando il carattere nero del fenomeno, costituiva anche un legame saldo con non poche correnti sotterranee della cultura americana stessa, laddove invece una parte della posteriore esperienza free romperà nuovamente certi canali di comunicazione, staccandosi brutalmente e per reazione dal contesto più propriamente americano, per cercare legami ormai annidati solo ed esclusivamente nella memoria , per guardare all’Africa e, addirittura, in senso più ampio, al mondo islamico (…).

(…) Non è perciò errato affermare che pionieri della divulgazione, della volgarizzazione come Cannonball Adderley hanno lasciato un patrimonio assai più consistente delle intellettualizzazioni non sempre meditate di movimenti ideologicamente più articolati (almeno in apparenza) quali il free o lo sperimentalismo di Chicago degli anni Settanta: in realtà proprio uomini come gli Adderley, come Horace Silver, come Art Blakey, come Junior Mance o Bobby Timmons hanno saputo riallacciare l’esperienza del bop, con tutte le sue trasgressioni e la sua carica di innovazioni, al patrimonio tradizionale della cultura nero-americana, con tutto ciò che ne consegue. Il bop di Silver, Adderley e Blakey, torna ad essere anche musica da ballo, si rifà danza, riutilizza anche l’esperienza fisica, e chiunque conosca anche un minimo l’esperienza nero-americana, sa quanto ciò possa essere importante. Uomini come i fratelli Adderley si sono sempre ben guardati di perdere i contatti con il proprio retroterra, anche il più popolare: importante era continuare a forgiare una cultura dotata della dignità della Cultura, ma che allo stesso tempo potesse fare da comune denominatore culturale a tutti gli strati della popolazione nero-americana. Importante era forgiare un linguaggio comune, un gergo basato sulle conoscenze di tutti, sul passato di tutti, sul patrimonio di tutti, sulla cultura di tutti. In un momento storico in cui la saldezza culturale della musica nero-americana (che ricordiamo, è il primario apporto culturale americano al mondo contemporaneo) era in pericolo, il soul-jazz irrompeva sulla scena, dietro una facile etichetta, a ricordare che la “cultura… è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri”(…). Senza voler fare del revisionismo spicciolo, non sarebbe del tutto controindicato suggerire un’ampia rivalutazione degli uomini che hanno dato un nerbo inusuale e del tutto originale allo hard-bop, articolando  teorie sofisticate e profonde, ed allo stesso tempo evitando di perdere il contatto con il proprio retroterra, con il proprio retaggio, sfuggendo il rischio di isolarsi nella classica torre d’avorio, rischio cui, purtroppo, nonostante tutti i meriti, non seppe evitare il free-jazz, né lo seppero evitare molti dei suoi successori, che alla fine, proprio al bop ed alle sue varianti sono dovuti tornare (…)”.

tratto da un articolo di Jaromir Navràtil (alias Gianni M Gualberto) da un numero intorno alla fine anni ’80 della defunta rivista “Jazz”.

Propongo a questo punto l’ascolto di un paio di brani. Un celebre brano Soul-Jazz scritto da Joe Zawinul per il combo di Cannonball Adderley nel 1966, quanto mai pertinente al discorso affrontato nello scritto appena riportato

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e una versione “live” di Work Song con lo stesso Zawinul al piano,  in questo video  nel quale potete anche apprezzare l’articolazione sofisticata nel fraseggio di Cannonball.
buon ascolto
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4 pensieri su “Cannonball e il ruolo del divulgatore

    1. non ne sono certo, anche se anch’io ho avuto lo stesso dubbio. Purtroppo non ho più la rivista completa e avevo solo l’articolo senza indicazioni e sono andato a memoria. Quindi può essere che sia come dici. Prima di Blu Jazz c’era stata la pubblicazione di “Jazz”. Non avendo l’anno di pubblicazione sull’articolo non saprei, ma ho la sensazione che fosse della primaria edizione

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