L’Asian-American Jazz di Fred Ho

Nella musica improvvisata si abusa spesso della parola “avanguardia”, attribuendola curiosamente a musiche e relativi rappresentanti che in realtà hanno agito in tale ambito quasi mezzo secolo fa, senza rinnovare in modo sostanziale la loro proposta. Eppure, in Italia si tende ad associare a quel genere di musica, che ormai può tranquillamente far parte della classicità, il sinonimo di musica “creativa” e avanzata, rifiutandosi di cogliere le autentiche istanze innovative presenti sulla scena musicale contemporanea. Non a caso alcuni capaci musicisti di quella stagione, oggi pressoché ottuagenari ma ancora sulla scena, sostengono molto intelligentemente e al contrario dei loro fan, che non sia possibile a quell’età rappresentare l’avanguardia musicale, perché ciò vorrebbe dire che la musica si è fermata. Un concetto molto semplice, lineare e assolutamente veritiero, che una buona fetta della nostra critica, questa sì davvero ferma e invecchiata, stenta invece a comprendere.

Fred Ho, scomparso abbastanza di recente (nel 2014 a soli 56 anni) per un cancro al colon che si era manifestato sin dal 2006, è stato per davvero e fino all’ultimo uno dei musicisti americani (ma di chiarissima origine cinese) davvero più creativi e di avanguardia. Egli ha saputo elaborare nella sua attività artistica di brillante compositore e strumentista (eccellente baritonista) una sorta di Asian-American Jazz (anche se amava poco il termine Jazz, come molti dei musicisti afro-americani) molto stimolante e davvero avanzato senza rinunciare all’insegnamento dedotto dai grandi maestri di suo riferimento nell’ambito della musica afro-americana, con particolare riferimento sul piano compositivo e organizzativo a Duke Ellington e Charles Mingus.

Dietro alla sua concezione musicale ci stava anche associata una idea politica globale nella quale la musica avrebbe dovuto giocare un ruolo a suo modo rivoluzionario, ma non venendo mai meno al proprio ruolo di musicista. Molte delle sue opere nascono dalla fusione tra le melodie tradizionali di forma asiatica ed africana. Egli immaginava la sua musica come una vera e propria sintesi multiculturale capace di innovare l’idea stessa di cultura e di società responsabile, ma al di là di tutto questo la sua musica era davvero molto più che interessante, mostrando una mente compositiva davvero creativa e sofisticata.

Di Fred Ho vi propongo un estratto dalle sue ultime opere che sono riuscito a trovare in rete. Si tratta della The Sweet Science Suite, una notevole composizione incisa nel 2011, cangiante alla maniera di Charles Mingus e ispirata alla figura di Muhammad Alì, al suo spirito guerriero nell’affrontare la vita e la malattia.

Il brano, che è parte della suite, contiene in sé una ripresa dell’ellingtoniano In A sentimental Mood (suggerito peraltro anche dalla parafrasi nel titolo), ma non si tratta di un semplice omaggio al repertorio di Ellington, piuttosto che di Mingus, poiché la sua idea nel trattare il materiale compositivo appartenente alla grande e secolare tradizione jazzistica è quasi opposta, giusto per chiarire, a quella di un Wynton Marsalis, che ne dà una rappresentazione più repertoriale. Due modi diversi, non necessariamente da vedere in contrapposizione, che possono manifestarsi come validi, purché nelle “giuste” mani, come nel loro caso.

Da The Sweet Science Suite:Fred Ho and the Green Monster Big Band

61zjWGDbXQL._SY355_In A Pan African Mood

 

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