Stanley Cowell: Dancers in Love

MI0002067923Stanley Cowell ha l’età di Chick Corea, ma non gode di analoga fama come probabilmente dovrebbe, anche tra i jazzofili iniziati da tempo.

Si tratta di un grande compositore e pianista jazz emerso verso la fine degli anni ’60 (in particolare nel gruppo di Max Roach in compagnia di Charles Tolliver, in dischi come Members don’t git weary), che da tempo si è dato più allo studio storico del jazz e all’insegnamento. Cowell infatti è docente presso il Music Department of the Mason Gross School of the Arts at Rutgers, nella Università statale del New Jersey, non coltivando perciò una costante attività discografica e concertistica e forse questo ha contribuito, assieme al suo carattere mite, ad una sua minore esposizione. Co-fondatore della mitica Strata-East Records, in realtà si tratta di una delle menti pianistiche più raffinate e colte emerse nel modern mainstream anni ’70, ma la sua cultura musicale si estende a tutto l’arco della tradizione jazzistica come anche emerge in questa incisione di cui mi appresto a parlare.

Questo Dancers in Love registrato nel 1999 assieme al bassista Tarus Mateen e il batterista Nasheet Waits, giovani allora emergenti, pare essere una dimostrazione pratica di quanto appena rimarcato. Il programma di temi proposti nell’incisione è davvero particolare e pare voler esplorare una vasta gamma storica di contributi musicali, sia intorno al jazz che più propriamente nel jazz, trattati tutti in modo davvero sofisticato ed originale. Il set prevede infatti un po’ di tutto. Oltre ad alcune sue sempre interessanti composizioni (St Croix, sorta di calypso, e la ballata I Never Dreamed), sorprendenti temi tradizionali texani (Ole Texas) e sudafricani. Dal Ragtime di Eubie Blake (Charleston Rag) e l’immancabile Gershwin, allo stile pianistico di Duke Ellington, con il brano che dà il titolo al disco e tratto dalla Perfume Suite. Cowell oltre ad essere un compositore sopraffino è un pianista completo, capace non solo di dimostrare gli aspetti tecnici formidabili della tradizione pianistica legata allo Stride e al virtuosismo di un Art Tatum, ma anche di catturare le sottigliezze elusive e le eccentricità di un Thelonious Monk. Il brano del disco che tuttavia più colpisce è Confirmation di Charlie Parker, usuale veicolo be-bop per velocisti dell’improvvisazione, qui invece trattato al rallentatore, permettendo di evidenziare la bellezza luminosa della complessa linea melodica del tema. Un’idea apparentemente semplice ma geniale e di non comune realizzazione pratica. Impossibile poi non sottolineare il trattamento originale di But Not For Me, una gemma del disco contenente una lunga intro e con un particolare trattamento armonico, davvero raffinato.

Riccardo Facchi

 

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