L’eleganza del jazz “pipa e pantofole”

Gli anni ’70 sono stati caratterizzati, perlomeno in Italia, da una ideologizzazione a tappeto della musica che ha prodotto una serie di giudizi critici che a rileggerli oggi potrebbero costituire un trattato di umorismo intorno al tema musicale.

Gerry Mulligan, come tanti altri grandi del jazz in quel periodo, è stato “massacrato” gratuitamente da becere stroncature il cui comune denominatore era dato dall’assoluta incapacità di valutare la musica per quel che era.  L’accusa, davvero ridicola, era che faceva musica “borghese per borghesi”, mentre oggi, chissà perché, gli stessi che lo stroncavano dicono di apprezzare cose ben peggiori in tal senso, senza battere ciglio. Sta di fatto che Mulligan è praticamente un musicista caduto nell’oblio, mentre invece è stato tra i più importanti musicisti bianchi della storia del jazz (oltretutto è vissuto per parecchio tempo in Italia avendo anche sposato Franca Rota). Baritonista sopraffino, assolutamente inconfondibile per originalità e bellezza del suono, improvvisatore fantasioso e swingante come pochi altri, pianista, compositore e arrangiatore, leader della sua eccezionale Concert Jazz Band, raramente si è visto nel jazz un musicista così preparato e completo, con un gusto musicale così spiccato. Proverbiali erano i contrappunti improvvisati che intrecciava con l’altro fiato nelle sue formazioni “pianoless”, sia che si trattasse della tromba di Chet Baker o di Art Farmer, che del trombone del fido Bob Brookmeyer. Il sound dei suoi gruppi era davvero caratteristico, mentre a livello orchestrale il suo modo di scrivere era molto influenzato dallo stile di Duke Ellington, soprattutto nell’uso ampio ed elegantissimo della tavolozza timbrica, peculiarità riconosciuta del “Duca”, associato ovviamente alle idee realizzate nell’ambito della formazione che diede vita a Birth of The Cool a fine anni ’40.

Anche in questo brano di Johnny Mandel (altro superbo compositore e arrangiatore oggi poco citato) tratto da una colonna sonora di uno tra i film più noti sul jazz e che sto per proporvi, negli arrangiamenti si può apprezzare una certa influenza ellingtoniana. Si tratta di  I Want To Live ! , che vide la partecipazione anche degli stessi musicisti.

L’abilità di swingare in modo sofisticato ma efficacissimo su temi relativamente lenti, o a medium tempo, era una sua specialità, aggiungendo il profumo del blues a brani che fondamentalmente non lo erano.

Musica da “pipa e pantofole”, può darsi, ma non fumando posso dirvi che le pantofole le ho consumate a forza di alzarmi dalla poltrona perché spesso non riesco a stare seduto quando ascolto lo swing intrinseco della sua musica. Se si desidera invece ascoltare autentica musica del genere, magari utile anche per farsi una pennichella in poltrona con le pantofole sempre intonse, si può allora ripiegare su qualcosa d’altro. Ad esempio, dischi come il recente “Wild Dance” di Enrico Rava potrebbero fare tranquillamente da colonna sonora per i vostri “pisolini”. Un modo come un altro per combattere  il problema dell’insonnia.

la formazione del disco prevede musicisti eccezionali ed è la seguente:

Gerry Mulligan (Baritone sax), Art Farmer (Trumpet), Bud Shank (Flute), Shelly Manne (Drums), Frank Rosolino (Trombone), Pete Jolly (Piano) e Red Mitchell (Bass).

Buon ascolto

MI0002874076I Want To Live

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8 pensieri su “L’eleganza del jazz “pipa e pantofole”

  1. Perché dici che è caduto nell’oblio? A me non pare proprio, è morto vent’anni fa e ovviamente ci sono meno occasioni di parlare di lui che di Rava che fa un disco all’anno, ma nelle storie del jazz anche recenti se ne parla eccome, e quanto vengono rieditati i dischi anche, mi sembra.

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    1. non so che dirti, avrò le visioni…:-)
      e ci mancherebbe che le storie del jazz non ne parlassero. In Italia si parla sempre della stessa compagnia di giro da decenni e i risultati del Top Jazz in questo sono significativi quanto deprimenti. Intanto il panorama musicale internazionale intorno alla musica improvvisata è in questo periodo ricchissimo e stimolante, solo che ci comportiamo da decenni come se l’Italia fosse l’ombelico del mondo e invece, come anche gli eventi politici ed economici da tempo ci indicano, non contiamo assolutamente nulla da un pezzo.
      Quanto a Rava se ne parla anche troppo e a sproposito. Aspettarsi qualcosa di creativo da un ultrasettantenne che ha sempre avuto limiti tecnici ed estetici nella sua proposta sin dai suoi tempi più creativi (che rimangono gli anni ’70) non ha senso. Tra l’altro la tromba è uno strumento faticoso, che non perdona. Tutti i più grandi in tarda età mostravano diverse pecche, da Armstrong passando per Gillespie sino a Miles Davis ed era tutta gente che la tromba la sapeva suonare quell’attimo meglio di Rava. Per quel che mi riguarda dovrebbe fare un disco non una volta all’anno , ma quando ha qualcosa da dire di significativo, perché l’ultimo suo disco è la solita minestra riscaldata confezionata alla meglio, di un musicista che quello che aveva da dire l’ha già detto decenni fa e non ha più nulla da aggiungere da un pezzo.

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    1. In sé c’entra poco o nulla, ma lo scritto si riferisce ad un discorso più generale. C’entra, cioè, con certo oblio generalizzato per plurime proposte nemmeno prese in considerazione da noi, sia del passato che del presente, e con la ristrettezza di vedute jazzistiche che da troppo tempo ci caratterizza, a causa di una protratta stagnazione culturale intorno al jazz tutta italica. Vi è un rapporto con la sua tradizione storica e l’enorme patrimonio musicale da essa generato, da un lato abbastanza inspiegabilmente “modaiolo”, dall’altro ancorato a vecchi schemi che hanno pochissimo riscontro in quella tradizione musicale alla quale il jazz odierno anche più avanzato fa riferimento. Il Top Jazz ne è in questo senso una triste rappresentazione plastica, a mio parere.

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  2. È vero… comunque le riviste, i siti che parlano di musica etc sono un po’ per forza di cose legati all’attualità, devono parlare dei dischi che escono, dei musicisti che si sentono in giro e così capita di leggere di più di Rava o di Pippo Pippi che di Mulligan… a me però piace pensare che chi ama il jazz di Mulligan (e di Ellington, Armstrong etc) non si sia dimenticato.

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    1. certo che c’entrano poco, ma il problema che da noi dipingiamo un quadro assai ristretto e pure abbastanza obsoleto (il più giovane vincitore del Top Jazz che non siano nuove proposte ha 59 anni ed è Steve Coleman su quello degli italiani ancor peggio in termini di età) che in parte contraddice il fatto che si dia una rappresentazione realistica dell’attualità. E’ proprio questo il punto che volevo mettere in rilievo. Del resto basta dare un’occhiata non solo ai referendum ma ai cartelloni dei festival che si propongono e si evince chiaramente che l’attualità è rappresentata in modo troppo limitato e poco o nulla rappresentativo. Più che un’opinione a me pare quasi un dato oggettivo, ma può essere che mi sbagli…
      Grazie comunque davvero per il dialogo in contraddittorio. Scrivi pure quel che ti senti e quando vuoi

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