Roger Kellaway: Heroes (2006)

41N2N07TE3L._SX425_Avevamo già parlato di Roger Kellaway su questo blog in occasione del suo concerto milanese a novembre nell’ambito di Aperitivo in Concerto spiegando come, per l’ennesima volta, in Italia sono misconosciuti molti grandi jazzisti, sostanzialmente mai presenti nei cartelloni dei nostri festival (prima del suo recente concerto, Kellaway era venuto in Italia solo negli anni ’70!) ed invece assai stimati negli U.S.A, presentando un curriculum di esperienze professionali ed artistiche di alto livello. L’esempio di Kellaway è sintomatico. Nativo del Massachusetts, già poco più che ventenne si stabilisce a New York nel 1960, iniziando una attività freelance al pianoforte. All’età di 22 anni è già uno dei pianisti più frequentati e stimati di New York, suonando con cantanti come Lena Horne. Le sue registrazioni più prestigiose del periodo sono state quelle con giganti come Sonny Rollins, Wes Montgomery, Oliver Nelson, Ben Webster, e nel quintetto di Clark Terry & Bob Brookmeyer. Dalla metà degli anni ’60, Kellaway si trasferisce a Los Angeles per iniziare una proficua attività  negli studi hollywoodiani, che ben presto lo porterà a scrivere diverse colonne sonore e nel 1968 a diventare direttore musicale del cantante Bobby Darin. La sua discografia è composta da più di  250 album. Ha lavorato pressoché con tutti: da artisti popolari come Elvis Presley, Barbra Streisand, Van Morrison, Liza Minnelli, Paul Mc Cartney e Joni Mitchell, a grandi del jazz come Duke Ellington, Dizzy Gillespie, J.J. Johnson e Quincy Jones, tra gli altri.

Kellaway non è quindi solo un eccellente pianista, è un compositore di proteiforme capacità, avendo scritto nel campo del jazz, ma anche nella classica, nel pop, per il cinema e la tv. Il suo album “Cello Quartet” è descritto da alcuni come un capolavoro del “jazz da camera” e da altri come l’inizio della musica “New Age”. Risulta pure vincitore di un Grammy nel 1988 come compositore. Perciò è inutile nascondersi dietro ad un dito: decenni di narrazione jazzistica nostrana ristretta in sostanza ad una manciata di nomi ha prodotto nel nostro paese una divulgazione della materia pesantemente limitata e settaria e quindi gravemente falsata.

Kellaway è sicuramente stato una tra le tante vittime di questa situazione, come dimostra questo suo disco capolavoro inciso relativamente di recente, cioè una decina di anni fa. Si obietterà di una esagerazione nella valutazione, sfogliando anche solo il set di brani registrati. Parrebbe insomma un comune disco di “mainstream” con la riproposizione di temi suonati mille volte e in ogni dove, dunque potrà mai risultare un capolavoro del genere?

Per chi intende (erroneamente) il jazz solo come una sequenza progressiva di rivoluzioni musicali, dove ognuna di esse invecchia istantaneamente la precedente, si tratta certamente di una valutazione esagerata, ma il problema non ci riguarda minimamente. Leggendo i brani del disco si tenderebbe inevitabilmente a farsi una idea precostituita di ciò che si andrà ad ascoltare. Che cosa avrebbero mai da dire di nuovo temi come 52 Street Theme, Cotton Tail o Moten Swing? Direi solo di provare ad ascoltarli per sciogliere ogni dubbio: se all’ascolto non fate un balzo dalla sedia, significa semplicemente che, più che il mainstream, è il jazz a non fare esattamente per voi. Lo swing, il senso del blues, la fantasia melodica associata ad una sofisticata sapienza armonica di queste versioni sono davvero non comuni e propri solo dei grandi improvvisatori.

Il trio piano, chitarra, basso proposto in questo disco ha una lunga tradizione e possiede un aggancio forte a quella formula che, da Art Tatum con Tiny Grimes e Slam Stewart, passando per quello di Nat King Cole, arriva a Oscar Peterson, con Herb Ellis e Ray Brown. Sicuramente l’influenza di Peterson su Kellaway è chiara ed evidente un po’ in tutto il disco, confermata anche a livello di repertorio con la proposizione di brani come Night Train e Hymn to Freedom che godono di famose interpretazioni del pianista canadese. Tuttavia, ad un più attento ascolto di intuisce un riferimento più vasto che coinvolge il sound inconfondibile del pianismo di  George Shearing (I’m Smiling Again) e l’uso dei block chords (Cotton Tail) che, sempre tramite Peterson, giungono sino alla radice del suo inventore Milton Buckner.  Non da meno sono le raffinate interpretazioni di ballate “gospelizzate” come Midnight Sun e di medium tempo come I Was Doing All Right, ma la perla del disco è presente sin dall’esordio: una esaltante versione di Killer Joe, che oltre al virtuosismo di Kellaway mostra la compattezza di un trio nel quale il contributo di Bruce Forman alla chitarra e di Dan Lutz al contrabbasso è all’altezza della situazione, permeando peraltro un po’ tutta l’incisione. Non un disco di semplice mainstream, dunque, ma un autentico saggio di musica improvvisata americana.

Riccardo Facchi

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