Il pubblico e gli intellettuali della musica sul palco

Questo scritto, volutamente provocatorio, probabilmente non mi procurerà molti amici, ma detto sinceramente, non mi pongo il problema, né in precedenza me lo sono mai posto. Questo blog è nato come personale punto di osservazione in tema di divulgazione jazzistica nel paese, cercando di darne una immagine meno asfittica e conformista di quella che da troppo tempo viene data. Quindi esprime una voce come tante, ma fuori dal coro, che, ovviamente, non ha pretesa di generale condivisione. Null’altro. Sarà gradito qualsiasi genere di commento nel merito si volesse apporre in coda allo scritto, anche fortemente discorde, possibilmente espresso in termini urbani, viceversa mi dovrò riservare l’opportunità di pubblicarlo.

Italian-Jazz-Stars-Angel

il rapporto tra jazzisti italiani e spettatori in sala ad ascoltarli osservo da decenni che è davvero particolare e parecchio complicato, come ben sanno anche tutti gli operatori del settore. Soprattutto è curioso osservare la pessima considerazione, implicita o esplicita che sia, che diversi nostri musicisti manifestano sul pubblico che dovrebbe venire ad ascoltarli. Ho letto dei commenti in tema ancora di recente sui social ed è un refrain che periodicamente si ripete e riscontro.

Non parlo dei nostri jazzisti già affermati che, a torto o a ragione, un loro riscontro di pubblico se lo sono creato da tempo e quindi possono essere superiori a certi discorsi che qui faccio e che probabilmente li riguardano poco o nulla. Parlo di altri, ossia di quelli, e non sono pochi, che frequentemente si lanciano in valutazioni fortemente negative sul pubblico che li ascolta, o li dovrebbe ascoltare, manifestando inconsapevolmente una certa dose di comprensibile frustrazione.

Per favore, non scherziamo: non esiste una attività professionale che ha nell’esibizione sulla scena la sua caratteristica precipua, che non debba obbligatoriamente avere in considerazione un rapporto di qualsiasi genere con il pubblico. Sarebbe un controsenso. Il che non significa e non implica forzatamente che il musicista sul palco debba esprimersi “facendo solo quello che piace al pubblico”. Non è così, e sarebbe spiegazione troppo di comodo. Eppure una davvero strana concezione dell’arte musicale, e jazzistica in particolare, fa ritenere a molti di poter considerare la propria proposta e la propria professionalità indipendente dal riscontro pubblico, considerando implicitamente gli eventuali fruitori incapaci di valutare la bontà o meno di ciò che ascoltano, in quanto solo chi suona, chi produce musica saprebbe farlo con cognizione di causa.

Ora, è evidente che se prendessimo tale assunto per vero emergerebbe una serie di evidenti contraddizioni che a quanto pare sfuggono alle alte intellettualità musicali che lo producono.

snob

Se così fosse, le platee dei teatri dovrebbero essere formate solo da musicisti, che notoriamente in Italia fanno a gara a fregarsene della musica prodotta dagli altri (non è una mia idea, è una denuncia che più volte ho letto e sentito provenire dagli stessi nostri jazzisti) e il pubblico farebbe quasi un piacere a starsene a casa, come allo stesso non verrebbe certo voglia di spendere il proprio denaro per essere considerato una “incolta merdaccia”, mi si scusi la volgarità. Ne consegue che i teatri risulterebbero vuoti o formati solo da ristrette cerchie di amici e parenti. Mi domando, allora, quale ente privato potrebbe permettersi di affrontare anche solo le spese di organizzazione di tal genere di eventi, senza poter contare su alcun genere di ritorno? D’altro canto, come si potrebbe pretendere di coinvolgere enti statali che utilizzano soldi pubblici per organizzare manifestazioni che per loro stessa natura non hanno più scopo pubblico? E il bello è che ciò che pare si pretenda è proprio questo, cioè, il finanziamento pubblico di festival e manifestazioni musicali senza poter mettere becco in termini di valutazione della qualità delle proposte da inserire e di valutazione del ritorno complessivo. Una sorta di egualitarismo musicale, una specie di sei politico applicato alla musica, che prenda per buono qualsiasi progetto musicale proposto, associato ad una sorta di assistenzialismo che a me ricorda molto il trattamento dei docenti nella scuola statale (che infatti va da tempo a rotoli producendo statistiche drammatiche sui livelli di formazione prodotti). L’arte per l’arte (ma decisa da chi?), insomma, in una sua pretesa visione romantica, ma per fini personali, a quanto pare. Un evidente paradosso, peraltro diffuso e preso incredibilmente sul serio. Non esiste attività professionale (perché anche il produrre musica inevitabilmente di base lo è) che possa permettersi un lusso del genere.

La cosa peraltro abbastanza ridicola che ho riscontrato è che per molti il pubblico conta solo se apprezza ciò che viene prodotto, se critica non conta nulla, non capisce, è un nemico incolto che critica per partito preso o per congenita ignoranza. E in effetti nella realtà dei fatti questo è l’andazzo. Alzi la mano chi ha potuto leggere negli ultimi trent’anni una recensione negativa (non dico una stroncatura) di qualche nostro jazzista. Personalmente non ne ricordo e chi eventualmente l’avesse fatto sa a cosa può andare incontro. Dunque in linea di massima si cerca di evitare di parlare di ciò che non è piaciuto, o si va di diplomazia (che  nulla ha a che fare con l’eventuale funzione critica), per quieto vivere.

Viceversa, sulla produzione straniera e in particolare americana, le stroncature anche fatte “alla carlona”, magari pure dagli stessi “colti” musicisti, si sprecano, e lo si fa anche con musicisti di livello artistico più che consolidato e di riscontro internazionale, senza pudore. Tanto, che vuoi che sia? Gli americani sono abituati da sempre ad emergere professionalmente e artisticamente seguendo criteri che non dipendono da loro, costretti ad una dura e sfiancante competizione professionale. Mamma mia che brutta cosa e che orrendo coercitivo paese. Mi domando seriamente come abbiano potuto emergere in un contesto del genere geni musicali come Louis Armstrong, Duke Ellington o Dizzy Gillespie, piuttosto che Miles Davis o Keith Jarrett, ma si sa sono stati solo prodotti dello “Show Business”. La vera arte jazzistica si fa coi teatri vuoti, finanziamenti pubblici a perdere ad uso privato e ricevendo lodi sperticate da amici e parenti. La vera risposta al mondo globalizzato è questa e, parafrasando Crozza quando imita De Luca: “l’abbiamo inventata noi”.

Riccardo Facchi.

 

 

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