Eddie Higgins: You Don’t Know What Love Is – Venus (2003)

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Che cosa può dire di nuovo l’ennesimo disco di piano dedicato agli standards? Probabilmente poco o nulla. E allora, che si fa? Minimizziamo? Soprassediamo? Lo trascuriamo con sufficienza, o addirittura lo buttiamo nella spazzatura, assecondando un certo “progressismo critico” (mal) applicato al jazz, secondo il quale esso debba essere forzatamente innovativo per essere “arte”? E allora, molto più banalmente domando: il jazz per essere “buono” deve per forza essere anche “nuovo”?

Probabilmente a questo genere di domande, chi si approccia al jazz provenendo da una solida cultura artistica europea non avrebbe troppe difficoltà a rispondere sostanzialmente con un “sì”. Certo, comprendo. La creatività artistica è spesso connessa alla rottura degli schemi antecedenti senza la quale vi sarebbe solo riproduzione o semplice replica del già noto. Giusto, e il ragionamento sembrerebbe non fare una piega. Tuttavia, vi sarebbero almeno un paio di decisive osservazioni da fare, relativamente all’ambito jazzistico, che non andrebbero sottovalutate prima di rispondere con sicumera alle suddette domande.

La prima è legata al contesto culturale cui si applicherebbe il discorso. La cultura afro-americana che ha dato in gran parte vita al jazz, ammesso che la si conosca per davvero, funziona e ha funzionato in quel modo?

La seconda si traduce in una domanda diretta: il concetto di “rottura”, tipico in ambito di avanguardie artistiche, implica per l’innovatore di turno anche la non indispensabile conoscenza della tradizione cui anch’egli proviene e con la quale dovrebbe comunque interagire dialetticamente?

Non intendo e pretendo ovviamente dibattere su tali complessi argomenti nell’ambito di una semplice recensione, ma per quel che mi riguarda, e nel caso, le mie personali risposte in estrema sintesi sarebbero due bei “no”.

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Il lungo cappello introduttivo probabilmente poco importerà al fruitore che, mettendosi all’ascolto, giustamente si limiterà ad apprezzare l’eleganza intrinseca e la musicalità dall’ennesimo ottimo lavoro discografico prodotto da Eddie Higgins, specie negli ultimi suoi anni di vita (è morto nel 2009 all’età di 77 anni) ben documentati dalla Venus, encomiabile etichetta giapponese impegnata nel rappresentare diversi artisti del genere. Pianista davvero troppo misconosciuto per l’arte musicale e jazzistica che riusciva a produrre, pur nello sfruttato ambito espressivo cui si riferiva e prediligeva. Già, uso la parola “arte”, perché di questo si tratta e, dopo un attento ascolto, riesco persino a sorprendermi nell’osservare  l’originalità interpretativa e la finezza nel trattamento di brani abusati, come My Funny Valentine o When I Wish Upon a Star , Over the Raimbow, Skylark, You Don’t Know What Love Is, Beautiful Love, Detour Ahead, già ascoltati in molteplici versioni. Insomma, scelte estetiche ed espressive così inflazionate, ma musicalmente efficaci, come quelle di Eddie Higgins sembrano fatte apposta per non farsi notare da chi, colto da perenne “ansia progressista”, non riesce a goderne, dedicando solo un ascolto superficiale e distratto a ciò che ritiene pregiudizialmente già sentito. Non a caso la biografia e l’indole caratteriale di Higgins sono conformi alle sue scelte, avendo passato una vita nel ruolo di sideman e a esplorare con sensibilità, discrezione e totale dedizione le mille possibilità espressive del suo strumento e della forma canzone. Musicista da approfondire e disco da non lasciarsi sfuggire, non se ne rimarrà delusi.

Riccardo Facchi

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