Paul Bley: Ramblin’

 

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Pur essendo stato Paul Bley un pianista dalla ricerca relativamente solitaria, oggi si può tranquillamente affermare che si tratti, direttamente o indirettamente di una geniale figura pianistica che ha interpretato un ruolo fondamentale nel pianismo jazz contemporaneo, soprattutto per quel filone “bianco” che, partendo dalla lezione del bop più cerebrale di Lennie Tristano e passando per la concezione più lirica di Bill Evans, è approdato ad un pianismo d’avanguardia, certamente più libero e ricco di sperimentazioni, ma essenziale e dai connotati melodici molto profondi, cosa che lo ha abbastanza differenziato da quell’approccio tipicamente iconoclasta caratteristico dei pianisti di pura derivazione “Free” che in quegli infuocati anni andavano per la maggiore. Ciò gli ha permesso di arrivare alla musica dei nostri giorni in una veste molto meno datata rispetto a quel genere di pianismo ormai abbastanza storicizzato. In un certo senso si può affermare che Bley è riuscito mirabilmente a trasporre al pianoforte le idee estremamente innovative di Ornette Coleman, riuscendo ad amplificarne proprio quell’aspetto melodico legato alle profonde radici folk e blues del sassofonista, come pochi altri improvvisatori da lui direttamente influenzati hanno saputo fare. Questo aspetto, a ben vedere, è davvero peculiare, se si pensa che la concezione “armolodica” di Coleman usualmente non prevedeva nei suoi gruppi la presenza di un pianista, il che la dice lunga sulla ardua impresa pianistica portata avanti da Bley, che non a caso deve essere considerato forse il migliore interprete delle sue composizioni. Oltretutto non sarebbe nemmeno possibile comprendere figure come Keith Jarrett, che hanno segnato fortemente gli ultimi decenni del pianismo improvvisato senza approfondire l’estetica e l’approccio del pianista canadese.

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Il disco che vi propongo ha una storia di edizioni e riedizioni particolarmente intricata. Registrato nel 1966 per la defunta Big Actuel, è stato pubblicato in Italia in LP per conto della Red Records con il titolo di Ramblin’ with Bley e qualche errore di compilazione e di corrispondenza tra titoli e brani effettivamente suonati. L’album fu poi ristampato sempre dalla Red in versione CD con il suo titolo originario.

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Il programma della registrazione proponeva un set di composizioni al tempo avanzatissime e che ancora oggi non risultano per nulla segnate dal tempo, nonostante i quasi 50 anni passati. Oltre al capolavoro colemaniano che dà il titolo al disco, si segnalano alcuni temi composti dalle compagne di vita di Bley, ossia la moglie Carla, con Albert’s Love Theme e il classico Ida Lupino e Annette Peacock, con Both e Touching, cui è stato aggiunto l’originale Mazatalan.

Both fa emergere chiaramente tratti assorbiti poi dal pianismo del Jarrett giovanile, quello di fine anni ’60, davvero impressionanti. Si prosegue con gli splendidi Albert’s Love Theme e Touching dove risalta una concezione del trio pianistico e della musica che fa del lavoro sugli spazi, sulle timbriche e per sottrazione di elementi, un approccio musicale oggi ampiamente utilizzato dai più aggiornati trii pianistici. L’immancabile riuscita versione di Ida Lupino dà la possibilità a Bley di esaltare la sua componente melodica, anche se forse in modo meno sofisticato di quanto prodotto negli altri brani, dove l’equilibrio tra gli strumenti e l’interplay tra i musicisti giganteggia, per merito soprattutto del modernissimo drumming di Barry Altschul.

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Mazatalan  (o Mazatalon secondo le vecchie note discografiche Red) viene invece preso a tempo di bossa e sviluppato in modo peculiarmente avanguardistico, evidenziando all’orecchio le qualità solistiche di Mark Levinson al contrabbasso. L’incisione si conclude in bellezza, con una straordinaria versione di Ramblin’ , in cui Bley esalta la profonda bellezza del tema, portando il trio a suonare con uno swing indemoniato e modernissimo.

Musicisti estremamente consapevoli e musica da ascoltare con amore e attenzione.

Riccardo Facchi.

 

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