R. Roland Kirk: black is beautiful !

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Se dovessi indicare nel jazz qualcuno che è riuscito ad esprimersi con grande originalità, fondendo diversi vernacoli della cosiddetta “Black Music”, probabilmente citerei Rahsaan Roland Kirk.

Figura per troppo tempo mal compresa, fu considerato una sorta di saltimbanco della musica (il benemerito Arrigo Polillo in questo senso prese un bello sfondone), per via di quella sua peculiarità di imboccare più strumenti a fiato contemporaneamente e tenersene al collo una molteplicità (persino fischietti e un flauto da naso) che lo facevano apparire agli occhi di molti più un personaggio da circo che un musicista serio di jazz. Era ovviamente un giudizio grossolanamente errato, derivato da un approccio critico che cercava inconsapevolmente di trasporre maldestramente criteri estetici e comportamentali propri della cultura musicale accademica, ma quasi totalmente estranei alla tradizione musicale afro-americana.

Ancora oggi, una buona fetta della  nostra critica è viziata da un recondito pregiudizio che, sotto sotto, considera l’aspetto spettacolare, di intrattenimento e popolare, oltre alla presenza di una marcata componente ritmica ballabile, elementi depauperanti l’aspetto artistico ed intellettuale validi in musica, elementi peraltro imprescindibili per il jazz.

Kirk ha saputo modellare una musica improvvisata ricchissima di contributi linguistici, procedendo sino alle fonti della musica nera: il blues, il gospel e la church music, la polifonia delle bande in stile New Orleans, ma anche la canzone popolare americana, non solo nera, il soul, il tutto mixato con il jazz di Charlie Parker e, naturalmente, di John Coltrane. Una miscellanea musicale di riscontro frequente nelle più giovani generazioni di jazzisti afro-americani, il che fa di Kirk una sorta di pioniere del genere e, conseguentemente per loro, una importante figura di riferimento.

Per l’ascolto odierno vi propongo perciò questo brano, tra i suoi più famosi, in cui emerge già molto di quanto detto e dove si evidenzia anche il contributo di quel grande batterista un po’ sottostimato che corrisponde al nome di Charli Persip e che qui dialoga con Kirk in modo davvero strepitoso, con un senso del ritmo e una tecnica esecutiva di prim’ordine.

Buon ascolto.

roland-kirk-we-free-kings-u-s-mercury-lp-mg-20679_orig-1962-deep-groove_5749366Three for the Festival

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