A volte riesco ancora a sorprendermi…

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Ieri sera ascoltavo questo disco di Eddie Harris, tenorsassofonista bravissimo e abbastanza poco frequentato dalle nostre parti, o trattato con una certa sufficienza nel migliore dei casi, così come si è spesso presi a cercare l’innovazione astrusa e cervellotica in ambito jazzistico. Quella insomma che fa sentire il fruitore veramente “figo”, “cool”, quella che distingue il vero intenditore del jazz, per poi trascurare magari dischi come questo, che hanno solo il difetto (molto pregiudiziale, direi) di muoversi in un ambito di “mainstream” e di bacino musicale afroamericano più popolare, tra R&B e Funk, secondo i più ormai esausto, prevedibile, artisticamente sterile, troppo “easy”,  “commerciale”, poco adatto a certe raffinate orecchie pseudo intellettuali, per le quali in sostanza la musica per valere deve essere “esclusiva” (cosa ben strana in quanto il jazz invece ha sempre avuto ed ha caratteristiche inclusive…)

Più di uno ultimamente mi ha giustamente sottolineato in privato che parlare in termini di “evoluzione” e “sviluppo” in ambito musicale ha poco senso. Giusto. E allora perché si fanno continuamente certi discorsi in ambito jazzistico e in particolare sul cosiddetto “mainstream” (ricordo che scartarlo dai propri ascolti significa in pratica scartare ancora più dell’80% del jazz e forse anche il 90% dei capolavori musicali da esso generati) quando si sa che anche i giovani jazzisti afroamericani fanno ancora oggi riferimento alla loro ormai mastodontica tradizione per rinnovarsi e proporsi?

Harris è nato e cresciuto a Chicago. Suo padre era originario di Cuba e sua madre di New Orleans. Come altri musicisti di Chicago di successo, tra cui Nat King Cole, Dinah Washington, Clifford Jordan, Johnny Griffin, Gene Ammons, Julian Priester, il giovane Eddie Harris ha studiato musica sotto Walter Dyett presso la DuSable High School. In seguito ha studiato musica alla Roosevelt University, dove si è abilitato a suonare pianoforte, vibrafono e sassofono tenore, al quale è stato tra i primi ad applicare il Varitone negli anni ’60.

Ascoltate bene con quale proprietà dell’idioma, con quale senso del blues, con quale perfetta pronuncia ritmica riesce ad esprimersi Harris. Il tutto in un ambito formale estremamente semplice, ma guarda caso, anche estremamente comunicativo. Se qualcuno pensa che sia semplice suonare in questo modo, vuol dire che non ha mai preso in mano uno strumento per fare del jazz.

disco altamente consigliato questo A Tale of the Two Cities e massimamente propedeutico a comprendere il jazz, la  tradizione musicale afro-americana e le sue radici, perché non c’è innovazione senza conoscenza della tradizione.

A minuto 7:00 c’è una parte dell’assolo di Harris in stop-time davvero strepitosa.

buon ascolto

Illusionary Dreams

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Chick Corea & Stevie Wonder

Legendary jazz musician Chick Corea joins Stevie Wonder onstage at the Apollo 2011 Spring Gala
Legendary jazz musician Chick Corea joins Stevie Wonder onstage at the Apollo 2011 Spring Gala

Quando in questo paese, che si chiama Italia, si comprenderà che Stevie Wonder è ed è stato uno dei massimi talenti musicali e compositivi americani del Novecento, probabilmente alla pari di George Gershwin e Duke Ellington, sarà sempre troppo tardi.

D’altronde da noi opera ancora una critica e una musicologia jazz ancorate a vetuste idee, che in sostanza non ne parlano, manifestando una recondita e inconsapevole intolleranza a certi aspetti della americanità e afro-americanità, con la pretesa a volte persino di insegnare all’afroamericano e all’americano come esserlo.

Si potrebbe arrivare ad affermare che molti semplicemente rifiutano di prendere in esame la splendida musica prodotta da questo artista, temo, per la popolarità e la capillarità con la quale ha saputo raggiungere il mondo, doti che, per un certo modo scioccamente elitario di intendere il processo  musicale ed artistico, sono considerabili dei difetti.

Gli stessi, sarebbero sorpresi nel leggere l’elenco dei musicisti che lo hanno “suonato”, entrando di fatto nell’olimpo di quei compositori che fanno parte del cosiddetto “Great American Songbook”. Praticamente tutti i jazzisti, e non, americani, persino musicisti apparentemente distanti dalla sua estetica, come Ran Blake, adorano lui e le sue composizioni. Proprio quest’anno, nella sua esibizione ad Aperitivo in Concerto della scorsa stagione al Teatro Manzoni di Milano Blake suonò addirittura un lungo medley di sue composizioni.

Per l’ascolto odierno vi propongo perciò questa bella versione di Pastime Paradise di Chick Corea in piano solo che ho rintracciato in rete, in un concerto tenuto a Lisbona lo scorso anno, ricordando che ne esiste una molto bella anche su disco, nel suo recente Solo PIano Portraits.

Tra l’altro Corea è buon amico di Wonder, con il quale recentemente si è pure esibito in pubblico in diverse occasioni, come si evince dall’immagine che ho qui riportato.

buon ascolto

Pastime Paradise

L’internazionalità autentica di Enrico Pieranunzi

Pieranunzi

Label: Challenge Records ‎

Released: Studio LeRoy, Amsterdam, Olanda (02/02/2000-02/05/2000)

Bass – Hein Van De Geyn

Drums – Hans Van Oosterhout

Piano – Enrico Pieranunzi

Le contraddizioni e le ipocrisie congenite caratteristiche del nostro paese si riscontrano frequentemente anche in ambito jazzistico, o sedicente tale. La cosa è notabile per esempio con l’uso ambiguo del termine “jazz italiano”, con il quale, da un lato, si intende semplicemente categorizzare in termini nazionalistici la musica improvvisata prodotta dai nostri musicisti, dall’altro si vorrebbe identificare una sorta di diversa forma di jazz dalle specifiche peculiarità mediterranee, che si affranca e distingue sempre più dai modelli della tradizione americana e africano-americana, con pari, se non superiore, dignità artistica. Peccato che, al di là di possibili mistificazioni più o meno consapevolmente create, o di semplicistiche classificazioni meramente geografiche,  la distinzione non abbia ragion d’essere, in quanto esiste uno e un solo jazz (per quanto linguaggio sincretico e continuamente integrativo di una molteplicità di contributi idiomatici), cioè un linguaggio che ha maturato nel tempo un suo canone di riferimento e peculiarità legate alla pronuncia e all’aspetto ritmico nel trattamento del materiale tematico, che, se assenti, non possono definire la musica prodotta con tale termine, qualsiasi essa sia e da qualsiasi area geografica provenga, come al contrario da troppo tempo si tende a fare ormai con qualsiasi genere di musica improvvisata.

L’esposizione di un concetto come questo, in un’epoca nella quale si parla di frequente e abbastanza impropriamente per il jazz, di “contaminazioni” e di “universalità” del linguaggio jazzistico, oggi verrebbe immediatamente tacciata per essere retriva, da quella parte ormai vetusta della nostra critica (questa sì davvero conservatrice al limite della reazionarietà, al di là delle apparenze), che, dietro ad un progressismo di facciata, mal applicato al jazz, mostra un preoccupante conformismo di pensiero, peraltro tipico di certi ambienti italici ormai culturalmente e politicamente sclerotizzati.

Ben lo sa Enrico Pieranunzi, che da decenni è ormai uno dei nostri jazzisti più emancipati da certi discorsi e oggettivamente meno provinciali, più seri, ricercati e rispettati a livello internazionale, nonostante siano altri i musicisti italiani propagandati, in modalità sempre più inflazionate. Egli riesce ad esprimere la sua personalità musicale di improvvisatore, perfettamente nell’alveo del canone jazzistico suddetto, senza essere tacciato di conservatorismo e non avendo necessità di appoggiarsi a sovrastrutture di pensiero che straparlano di jazz europeo, o autoctono, ormai affrancato dal mainstream americano, spesso in termini davvero ambigui e pretestuosi. Il problema è invece che non di rado ci troviamo di fronte a musicisti erroneamente convinti che sia solo più facile (e più “libero”…) collocarsi e distinguersi musicalmente in ambito improvvisativo, per poi scoprire tutte le difficoltà nell’affrontare un linguaggio quasi del tutto esogeno, che richiede invece una applicazione e uno studio approfondito del tutto peculiare, soprattutto riguardo agli aspetti ritmici, tipici della cultura musicale afro-americana. Un problema questo che non tocca minimamente Pieranunzi (come anche altri nostri validi musicisti), perfetto conoscitore del linguaggio jazzistico afro-americano, senza avere alcuna necessità di affrancarsene per affermare la propria personalità artistica, cioè di musicista con sensibilità certo europea e specificamente italiana. Pieranunzi nel corso dei decenni di attività professionale, di studio approfondito e di esperienze discografiche e concertistiche sempre più frequenti, non a caso ha collaborato con i maggiori jazzisti sulla scena internazionale, suonando e registrando, non occasionalmente, con Chet Baker, Art Farmer, Irio De Paula, Lee Konitz, Marc Johnson, Joey Baron, Paul Motian e Charlie Haden, Chris Potter e Kenny Wheeler, tra gli altri.

Questo suo disco che vi presento, registrato ormai quindici anni fa, ma pubblicato nel 2011 e registrato in Olanda con musicisti locali, è sintomatico di quanto sopra detto. Pieranunzi ci propone alcune pagine dell’assortito e vasto book di composizioni di Wayne Shorter, uno dei massimi geni compositivi del jazz moderno, profondamente studiate e personalizzate in versione trio pianistico.

Non si tratta cioè di una riproduzione calligrafica e consolatoria di un repertorio abbastanza noto per scaldare i cuori dei jazzofili più “puristi”, ma, anzi, di una rilettura molto interessante di alcuni brani, peraltro pensati originariamente per formazioni allargate a quartetto e quintetto, tipiche del miglior jazz anni ’60, adattate in modo per lo più brillante, con gusto e originalità, nell’ambito suo preferenziale del trio. Ovviamente, il pianismo di Pieranunzi si colloca in modo nitido nella concezione “bianca” del trio di pianoforte, cioè quella che fa riferimento alla linea Tristano-Bill Evans-Corea-Mehldau, per intenderci, con ovviamente imprescindibili riferimenti a Mc Coy Tyner e Herbie Hancock nei brani ritmicamente più mossi e che lo richiedono, come Deluge, E.S.P., Capricorn e Pinocchio. Le preferenze personali vanno però per le riletture di brani strutturalmente difficili da affrontare come Fall e molto ben suonati, o come Sleeping Dancer, Sleep On, sorta di lullaby shorteriana poco nota, che Pieranunzi è andato a scovare in un disco dei Jazz Messengers di Art Blakey dal titolo “Like Someone in Love”, sintomo evidente delle ricerca approfondita fatta sul materiale tematico del sassofonista di Newark. O ancora, This is for Albert, dove egli mette in rilievo la splendida melodia e improvvisa con travolgente swing, cosa poi non così comune tra i nostri jazzisti, ma tutto il disco si lascia ascoltare con grande piacere.

In sintesi, uno dei migliori dischi della già corposa discografia di Pieranunzi e forse anche della produzione jazzistica italiana dell’ultimo decennio, facente parte di un “made in Italy” jazzistico meno strombazzato, ma certo di valore.

Riccardo Facchi

Art Tatum e la vocazione del concertista

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E’ noto che  Art Tatum,  per il suo virtuosismo e la sua abilità  come improvvisatore, fosse considerato dai suoi contemporanei il massimo pianista jazz vivente, al punto che, al suo entrare in un locale, Fats Waller pensò bene di interrompere la sua esibizione per annunciare agli spettatori che “il Dio vivente del pianoforte” era appena entrato nella sala. Molto probabilmente, se fosse stato di pelle bianca, Tatum sarebbe diventato un grandioso concertista.

Se nutrite qualche dubbio in merito, provate ad ascoltare questo brano, semplicemente sbalorditivo per tecnica digitale e capacità esecutiva

Buon ascolto

Elegy

Paris: The Day After…

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Dopo il momento di raccoglimento e preghiera è il momento della reazione positiva, non quella sguaiata dei soliti accattoni della nostra politica e di certo nostro giornalismo, che giocano indecentemente sui sentimenti peggiori delle persone più inconsapevoli.

Ce lo suggerisce, come sempre, la musica, specie quella dei grandi che hanno contribuito nei secoli ad arricchire l’umanità e a veicolare talvolta anche messaggi profondamente sociali e spirituali.

E’ il caso, ad esempio, di uno dei più grandi compositori del Novecento, grande ben oltre l’ambito del jazz, ossia Duke Ellington, che ha sempre arricchito, da quel grande narratore che è stato, la sua musica di messaggi sociali e spirituali.

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Il suo Second Sacred Concert è un capolavoro forse non ancora appieno considerato della Musica tout court, che si presta assai bene per l’occasione.

Propongo perciò l’ascolto di questa versione di Freedom che ho trovato in rete. Un profondo e significativo messaggio all’umanità intera di libertà, intesa come chiave universale per rinnovarsi nella mente e nello spirito e per abbattere steccati e barriere che l’incultura e il malanimo umano continuamente ci propongono. I geni dell’arte e della musica, come sempre, sanno vedere più distante e prima di altri.

buon ascolto

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Freedom

Wayne Shorter: il compositore

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L’influenza di Wayne Shorter in veste di improvvisatore sulle più recenti generazioni di sassofonisti è vasta ed evidente. Il suono, il senso del ritmo, il fraseggio e la scelta delle note lo identificano facilmente e lo caratterizzano per originalità ed ingegno.

Non da meno è tuttavia valutabile il suo ruolo oggi in termini di composizione, presentando un consistente book di almeno 180 composizioni, alcune delle quali sono divenute veri e propri classici frequentati ormai da una moltitudine di  improvvisatori, dediti ai più svariati strumenti solistici. Molti sono già gli interi lavori discografici in circolazione a lui dedicati.

Per quanto nel jazz la separazione tra composizione e improvvisazione presenti un confine relativamente labile (più correttamente forse si dovrebbe distinguere tra composizione scritta e quella “istantanea”, che è propria dell’improvvisazione), non sono poi molti i musicisti del jazz moderno e contemporaneo che possono vantare di essere considerati dei grandi ed influenti compositori. Al di là di Duke Ellington, che ne è il principe per quantità e qualità del materiale prodotto, ma che ha attraversato pressoché tutte le stagioni jazzistiche, sin dagli inizi, i nomi che si possono fare in tal senso emersi nel dopoguerra sono probabilmente solo quelli di Thelonious Monk, Horace Silver, Benny Golson, Charles Mingus e, appunto, Wayne Shorter.

Nella sua carriera, ha suonato con grandi come Art Blakey, John Coltrane, Miles Davis e Herbie Hancock, ed è stato co-fondatore di Weather Report. Nove volte vincitore del Grammy Award, Shorter è stato nominato nel 1998 Master Jazz dal National Endowment for the Arts.

Qualche tempo fa, in vista della scrittura di un saggio sul tema, mi sono preso la briga di andare a spulciare le sue composizioni che ho in discoteca e che fanno di Shorter un gigante del jazz contemporaneo, la cui grandezza forse non è stata ancora misurata appieno. Vi propongo perciò l’elenco che avevo determinato, con aggiunti i link per l’ascolto dei brani, naturalmente dove è stato possibile rintracciarli in rete. Può essere che mi sia sfuggito qualcosa, comunque non credo moltissimo. In ogni caso quelle riportate penso siano più che sufficienti ad avvalorare la tesi esposta. Si evince abbastanza chiaramente che il suo periodo più fertile è stato quello degli anni ’60, mentre quello degli anni ’80, in particolare quello dopo lo scioglimento dei Weather Report il più debole.

Per il saggio vedremo come e quando col tempo, perché non è uno scherzo andare ad analizzare la sua vasta opera e il suo contributo.

Elenco Composizioni

Esordi in VEE Jay:

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Blues A La carte

Harry’s Last Stand

Down in the Depths

Pug Nose

Black Diamond

Pay As You Go    

Second Genesis

Mr. Chairman

Tenderfoot

The Albatross

Con Wynton Kelly

Mama “G”

Sidney

Con I Jazz Messengers:

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Africaine

Lester Left Town

The Chess Player

Sakeena Vision

Sincerely Diana

Noise in the Attic

Sleeping Dancer Sleep On

Giantis

The Summit 

Ping Pong

Roots & herbs

United

Master Mind

Those Who Sit And Wait

Joelle  

The Back Sliders

Tell It Like It is

El Toro

Children of the Night  

Backstage Sally

Contemplation

Reincarnation Blues

Sweet ‘n Sour

This is for Albert

One By One

On the Ginza

Free For All

Hammer Head

Mr JIn

It’s A Long Way Down

Da Leader BLUE NOTE:

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Night Dreamer

Virgo 

Black Nile

Charcoal Blues

Armageddon

Ju Ju 

Deluge

House of Jade 

Mahjong

Yes or no

Twelve More Bars to Go

Witch Hunt

Fee Fi Fo Fum

Dance Cadaverous

Speak No Evil

Infant Eyes

Wild Flower

Lost

Angola

The Big Push

The Soothsayer

Lady Day 

Etcetera

Penelope

Toy Tune 

Indian Song

The All Seeing Eye 

Genesis

Chaos 

Face of the Deep

Adam’s Apple

El Gaucho

Footprints

Teru

Chief Crazy Horse

Tom Thumb

Go

Schizophrenia

Miyako

Playground

Supernova

Wind

Storm

Calm

Joy

Moto Grosso Feio

Montezuma

Antiqua

Iska

Con Miles Davis:

Miles Davis and Wayne Shorter Perform in Berlin

E.S.P.

Iris  

Orbits

Footprints 

Dolores

Prince of Darkness

Masqualero 

Limbo 

Vonetta

Nefertiti

Fall  

Pinocchio 

Water Babies

Capricorn

Sweet Pea 

Two Faced

Paraphernalia

Sanctuary

Con Freddie Hubbard

Marie Antoinette

Con Lee Morgan:

Dear Sir

Rio 

Da Leader  nel 1975:

Beauty and the Beast

Diana

Ana Maria

Con Weather Report:

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Tears

Eurydice

Mlky Way e Umbrellas (co-autore)

Surucucu

The Moors

Manolete  

Non stop Home

Misterious Traveller

Blackthorn Rose

Freezing Fire 

Lusitanos  

Elegant People

Three Clowns

Palladium

Harlequin

The Elders

Brown Street (con Zawinul)

Sightseeing 

Port Of Entry

When It Was Now 

Plaza Real 

The Well (con Zawinul)

Predator 

Swamp Cabbage

Pearl On the Half-Shell 

Face On the Barrom Floor

Da leader dagli anni ’80 in avanti:

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Atlantis -1985

Endangered Species (Shorter e Vitarelli)

The Three Marias

The Last Silk Hat

When You Dream (E. Lee e Shorter)

Who Goes There

Atlantis

Shere Khan, the Tiger

Criancas

On the Eve of Departure

Phantom Navigator -1987

Condition Red

Mahogany Bird

Remote Control

Yamanja

Forbidden, Plan-it!

Flagships 

Joy Rider – 1988

Joy Rider 

Cathay

Over Shadow Hill Way

Anthem

Causeways

Daredevil 

High Life 1996

At the Fair 

Maya

On the Milky Way Express

Pandora Awakened 

Virgo Rising 

High Life

Midnight in Carlotta’s Hair

Black Swan

1+1- 1997

Meridianne – A wood sylph

Aung San Suu Kyi

Visitor from nowhere (con H. Hancock)

Visitor from somewhere (con H. Hancock)

Manhattan lorelei (con H. Hancock)

Alegria – 2003

Sacajawea

Interlude

Capricorn II

Beyond the sound Barrier – 2005

As Far as the Eye Can See

Tinker Bell

Adventures Aboard the Golden Mean

Beyond the Sound Barrier

Whitout a Net – 2013

Starry Night

S.S. Golden Mean

Myrth

Brad Mehldau scrive e suggerisce…

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Sull’ultimo Musica Jazz di Novembre, c’è un bello scritto, molto profondo di Brad Mehldau, che dovrebbe far riflettere sul tema sia i musicisti, sia gli operatori del settore, sia il pubblico dei fruitori dei concerti.

Riporto qui un estratto interessante per conoscenza, come argomento su cui si potrebbe anche aprire una articolata discussione:

(…) Come musicista, ci penso sempre: mi guardo in giro e penso al pubblico prima che a me stesso. Mi dico: ” E’ incredibile: queste persone hanno dedicato due o più ore della loro serata al mio concerto; non voglio annoiarle”. So come si senta uno spettatore; perciò non voglio essere io a infliggergli una sensazione negativa. Ma non posso garantire che nessuno si annoi ascoltando quello che faccio. So che c’è sempre una parte del pubblico che reagisce negativamente a un concerto. Mentirei se dicessi che non mi interessa. Ritengo che tutti i musicisti partano dal desiderio che tutti apprezzino la loro musica. Dopo tutto chi mai direbbe: “Voglio che la mia musica piaccia al sessantaquattro per cento del pubblico?”. Se non piace a tutti, inevitabilmente la domanda successiva è: “Come reagisco?”. E’ una domanda spirituale, se volete, nel senso che fornisce l’opportunità di praticare l’umiltà liberandosi dall’orgoglio: tutte cose buone. Se mi faccio condizionare troppo da ciò che piace agli altri ma non a me nel mio modo di suonare, allora sono loro ad avere in mano il timone, influenzando le mie decisioni musicali. E non vale solo per le critiche negative: anche i complimenti possono rivelarsi altrettanto tossici.

Se non stiamo attenti, rischiamo di ripetere scioccamente all’infinito ciò che è piaciuto al pubblico. La parodia di se stessi è un pericolo per qualsiasi musicista che abbia riscosso un po’ di successo. Ed è ancora più insidiosa per un improvvisatore: non ci vuole niente a finire nella parodia degli stessi gesti dettati dalla spontaneità.

Non credo ai musicisti che dichiarano di non suonare per un pubblico; o quanto meno, se sono sinceri, non hanno le idee chiare. Per il musicista il pubblico è tutto. Senza ascoltatori volenterosi e curiosi non ci sarebbe alcun progetto: tutte le nostre preziose idee diventerebbero come il proverbiale albero che cade nella foresta senza che se ne accorga nessuno. Questo dato di fatto può sembrare ovvio ma talvolta nel jazz viene trascurato, là dove spesso ci si vanta di un impegno senza compromessi verso una particolare visione artistica.

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L’idea che compiacere il pubblico sminuisca la propria integrità è uno spiacevole errore. Questa visione “dentro o fuori” non considera la realtà di ogni grande musicista, che gratifica il pubblico esattamente rimanendo se stesso. Naturalmente compiacere il pubblico non è il nostro dovere di musicisti ed è altra cosa che farsi apprezzare. Trasmettere la propria verità è ciò che importa di più. Perciò fammi essere me stesso quando do un concerto.Il pubblico non ne soffrirà: al contrario, proprio rimanendo sincero e senza compromessi riesco a creare un’autentica identificazione tra me e il pubblico. Tutto quel che posso comunicare è la mia verità: nient’altro. Non devo mai dubitare del pubblico. Gli spettatori hanno fiducia in me; hanno dedicato una parte del loro tempo a venire a sentirmi. E io devo riporre in loro la stessa fiducia. Devo fidarmi della loro capacità empatica, della loro intelligenza e integrità. Certo potrò anche perdere una parte di loro lungo la strada. Così sia, ma almeno non avrò cercato di ingannarli.(…)

Ovviamente una idea sul tema l’ho e mi sono venuti in mente molti esempi, ma evito di esplicarli, lasciando a ciascuno la propria riflessione. Aggiungo solo che assai raramente capita di leggere parole di questo tipo prodotte da un musicista, specialmente da un jazzista.

Per quel che può valere: Complimenti Brad!

Birth and Death…

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Da 18 anni, il giorno del mio compleanno coincide con quello della scomparsa di mio padre ed è diventato un giorno particolare, strano, carico di sentimenti contrastanti. Gioia e tristezza si miscelano in dosi sempre diverse ad ogni anniversario. Perciò, non riesco a non dedicare un brano della mia musica preferita a mio padre e naturalmente lo faccio con alcune significative e/o curiose versioni di quel capolavoro di Horace Silver che si intitola appunto Song For My Father

prima nella versione originale con l’assolo capolavoro di Joe Henderson,

e questa live del 1968 con una bella presentazione dello stesso Silver e una formazione particolare, con la front line fatta da Bill Hardman alla tromba e Bennie Maupin al sax tenore,

poi in una versione sorprendente dei Brecker Brothers (sino ad un certo punto, perché entrambi hanno fatto parte nei primi anni ’70 della formazione di Silver con il brillantissimo In Pursuit of the 27th Man) con un assolo notevole di Michael Brecker (tanto per cambiare…).

Infine una davvero particolare cantata alla sua maniera da Leon Thomas cantante un po’ dimenticato ma davvero interessante.

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buon ascolto.

L’onda lunga di Paul Bley sul pianismo jazz contemporaneo

Paul Bley

L’amico pianista Carlo Morena mi ha ricordato stamane su Facebook il compleanno di questo straordinario genio del pianoforte, che oggi compie 83 anni, la cui importanza e influenza si fa sempre più persistente con il passare del tempo.

Bley è una figura centrale per poter comprendere come il pianismo jazzistico si sia rinnovato partendo dai concetti giovanili del mainstream, passando per Ornette Coleman e il movimento free, arrivando tramite il suo spiccatissimo senso melodico a forgiare un nuovo modo di improvvisare sul pianoforte. Un pianismo certo più libero, ma che ha saputo metabolizzare certe istanze innovative prodotte negli anni ’60 al limite dell’iconoclastia, riportandole al canone improvvisativo già codificato, sublimandole in una interpretazione più meditata, in eterno delicato equilibrio tra tonalità e atonalità.

Bley è perciò personaggio chiave per il pianismo jazz, certamente di quello “bianco”, anche più dell’acclamato Jarrett (e forse senza il pianista canadese non si comprenderebbe nemmeno il suo di pianismo), la cui onda lunga d’influenza, d’altra parte, sembra più importante e meno datata di quella iconoclasta di Cecil Taylor. E’ il pianista che, partendo dal bop, filtrato dai concetti di Lennie Tristano, attraversando il lirismo di Bill Evans e leggendo in chiave free colemaniana sia il blues che l’approccio armonico libero all’improvvisazione, meglio di altri ha saputo rinnovare, sia l’interpretazione del vecchio repertorio basato sull’American Songbook, che trovarne uno del tutto nuovo, esaltando particolarmente le doti di due grandi e avanzatissimi compositori del jazz come Ornette Coleman e Carla Bley, del cui book è forse il migliore interprete.

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Bley ha inciso moltissimo, tanti dischi significativi e di qualità. Vi propongo qui due brani entrambi tratti da due bellissime prestazioni solistiche, probabilmente tra i suoi capolavori del genere: Harlem tratto da Open To Love e Seven da Homage to Carla. Il primo è una esaltante esecuzione pregna di blues feeling che illustra appunto il suo modo di interpretarlo e che ricorda vagamente il “Requiem” di Lennie Tristano. Il secondo dà un’idea della sua capacità interpretativa sul repertorio della ex moglie Carla, dove viene fuori la sua straordinaria capacità nell’uso degli spazi e del pedale nel far risuonare le note nel loro splendore melodico. Senza dubbio un genio.

Auguri Paul !

e buon ascolto.