L’Armando tra passato, presente e futuro

51zrWAWdcCL._SL500_AA280_Nel gruppo dei grandi pianisti della generazione tra fine anni ’30 e inizio ’40 (Tyner, Hancock e Jarrett, per intenderci), Armando “Chick” Corea sembra essere quello che meglio sta invecchiando dal punto di vista musicale ed artistico, mostrando in molte delle incisioni degli ultimi quindici anni ancora una creatività, una modernità e una personalità di compositore e improvvisatore veramente invidiabili.

Tutto questo recuperando la sua vena più jazzistica, ancorata cioè saldamente alle radici del pianismo jazz più “black”, con particolare riferimento al genio di Bud Powell, da sempre sua riconosciuta influenza, ma anche a certo pianismo “bianco” ispirato ai grandi compositori tra fine Ottocento e inizio Novecento europeo, distanziandosi dalle esperienze elettriche del passato che per la critica del tempo costituirono una vera e propria pietra dello scandalo, creando intorno al suo nome una certa pregiudiziale diffidenza.

Ho sempre trovato, infatti, poco credibili certe critiche di allora, che sostenevano l’irrecuperabilità al jazz di musicisti, come lui o Hancock, accusati di essersi svenduti alla musica “commerciale”, come se dei musicisti di tale levatura possano dimenticarsi di certe cose. Tipica argomentazione ideologica, che peraltro ancora oggi stenta a sparire negli scritti di certa critica, priva di un reale fondamento. Il fatto è che Corea è stato ed è rimasto un maestro del pianoforte jazz e dell’improvvisazione, con uno stile personale e sempre riconoscibile, con un approccio ritmico spiccatissimo (è stato anche un buon batterista) e una tecnica di prim’ordine, ma che ha dimostrato in carriera di avere interessi musicali molto variegati, nei quali non mancano allacci costanti alle fonti della musica latino americana (Rumba e Tango), al Flamenco, ma anche alle sperimentazioni d’avanguardia più avanzate dell’epoca (basti ricordare il gruppo Circle dei primissimi anni ’70 e la collaborazione in Trio con i soli Dave Holland e Barry Altschul). Senza dimenticare le sue capacità a livello compositivo. Sono diversi i suoi lavori ad essere diventati degli standards utilizzati da altri grandi jazzisti, molti più di quanto non si creda.

Sono andato a recuperare questo Past, Present & Future, registrato in Trio ad inizio anni Duemila per varie ragioni. Innazitutto, il disco è di un equilibrio e di un livello musicale complessivo molto alto e compatto, essendo pure di piacevole ascolto, per quanto di un certo impegno. Poi presenta anche un aspetto di Corea a volte trascurato, ossia la sua abilità da talent-scout. Il Trio era composto al tempo da due nomi poco conosciuti, che poi sono diventati rapidamente protagonisti della scena contemporanea nei relativi strumenti, ossia il bassista Avishai Cohen e il batterista Jeff Ballard. Inoltre all’epoca l’ambito di quel genere di formazione era dominato ancora dallo Standards Trio di Keith Jarrett e un disco di questo livello dimostrava che vi erano delle validissime alternative in circolazione, per nulla inferiori.  Per ultimo si può ben dire che l’incisione è tra le migliori della sua ormai lunga discografia, riallacciabile, pur nella evidente diversità, al suo capolavoro assoluto del genere: Now He Sings, Now He Sobs.

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Il tema conduttore del CD sembra essere la ricerca degli elementi comuni del pianismo jazz, appunto tra passato, presente e futuro, sintetizzati benissimo sia dalla fervida vena compositiva del pianista di Boston che dalla scelta della scaletta dei brani prescelti. In questo senso la presenza di celebri temi come Jitterbug Waltz di Thomas “Fats” Waller, o dello shorteriano Footprints, sono indicativi e in un certo senso accomunabili sul piano ritmico. Nel primo, Corea mette infatti in luce l’intrinseca modernità di un 3/4 che all’epoca fu tra i primi ad essere composto ed utilizzato in ambito jazzistico, nel secondo, mantiene la struttura formale pensata da Shorter evidenziando il moderno 6/4 così caro al sassofonista del New Jersey. Quindi si entra nel tipico stile compositivo del Nostro con lo strutturato Cloud Candy, costruito tra ritmi pari e dispari e soprattutto con l’eccitante Rhumba Flamenco e lo swingante The Chelsea Shuffle, ma è tutto il disco ad essere interessante, con le belle dediche alla moglie, (Dignity) e alla madre (Anna’s Tango), con una menzione particolare per il delicato Nostalgia. Disco da avere.

Riccardo Facchi

 

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