L’egualitarismo italico applicato in musica

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un Jarrett che se la ride?

Come sempre, il ritorno di Keith Jarrett in Italia per qualche sua esibizione, riaccende le dispute. Un cliché ormai risaputo che di solito stimola una discussione più sul personaggio che sulla sua musica, che è lodabile ma per molti versi anche  criticabile, come per tanti altri. Non si capisce dove sia il problema, o meglio, forse si capisce sin troppo bene…

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Discorsi triti e ritriti, per lo più faziosi, portati avanti sempre con le stesse modalità, sintomo di come anche in questo campo non si riesca a fare dei passi avanti. C’è chi si beve qualsiasi nota o gridolino emesso dal proprio idolo e chi lo stronca sempre e comunque per partito preso, spesso con discorsi pretestuosi e analisi musicali approssimative, il che rivela, in entrambi i casi, scarsa conoscenza della sua opera. D’altronde lo schierarsi in fazioni simil-calcistiche è la specialità di casa Italia, segno tangibile dell’incapacità del paese di rinnovarsi e di confrontarsi dialetticamente nel merito, di uscire dal proprio ristrettissimo e per molti versi obsoleto punto di vista.  C’è solo uno scontro tra pregiudizi: destra contro sinistra, ottimisti contro gufi, tradizionalisti contro modernisti, imperialisti contro anti-sistema, jarrettiani e anti-jarrettiani, l’importante è schierarsi, come segno di appartenenza, altrimenti non conti, non esisti.

Personalmente ritengo che Jarrett quel che doveva dare alla musica l’ha dato e, con buona pace dei suoi detrattori, non è poco, tutt’altro. Oggi Jarrett non è più nemmeno al centro del focus creativo, si è musicalmente isolato e ha pure qualche problema di salute legato all’età. Stare a perdere tempo con certi vecchi discorsi, certe risapute stroncature, è inutile e persino controproducente per chi le fa. D’altronde occorre rassegnarsi: Jarrett un posto nella storia della musica improvvisata l’ha già conquistato da tempo,  il negarlo diventa solo ridicolo.

E poi, per la miseria, le orecchie le abbiamo tutti, mica solo certi musicisti o quattro pseudo-musicologi autoproclamatisi il verbo jazzistico fatta persona. Ho letto dei libri sul jazz prodotti da alcuni di questi signori di una bruttezza, di una superficialità critica per ciò che non è gradito e una presunzione davvero rare. Se vogliamo dirla tutta, mi pento di averci speso dei soldi.

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Ci si rassegni, certa forma di egualitarsimo, che male ha tradotto il concetto di eguaglianza tra persone, non è applicabile alle arti e men che meno alla musica. Anzi, direi che ne è proprio la negazione. Esiste il talento, la bravura, il merito in tutte le professioni (chissà prima o poi anche gli italiani lo capiranno), ma nella musica e nelle arti ancor più e Jarrett ne ha in abbondanza. Confondere i due concetti  in una sorta di “sei politico” scolastico, il parlare bene di chi ci è gradito, o di tutti gli italiani indistintamente, per mantenere amicizie e buoni rapporti, e sparare a zero sugli altri, specie se americani che non ci leggono, è di una faziosità mistificatoria e un provincialismo persino patetici e serve solo a creare una sorta di élite interna che cerca di attribuirsi il potere di indirizzare i gusti, di decidere chi vale e chi no, chi avrà riscontri professionali e chi no. Di fatto si utilizzano in modo macroscopicamente evidente due pesi e due misure e soprattutto sembra perdersi il senso della misura nelle valutazioni. La musica non ha bisogno di burocrati da “soviet supremo” che decidano le carriere professionali, ma di sani e preparati operatori del settore e mi stupisco che molti nostri anche validi musicisti non lo capiscano. Molti si fanno prendere per i fondelli, con un “bravo” di convenienza che non costa nulla, per poi dover riscontrare difficoltà a sbarcare il lunario. Non siamo tutti artisti e bravi allo stesso modo, occorre saperlo accettare e così va il mondo.

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Come in tutto le altre attività professionali, esistono il confronto, la competizione e le differenze di valori. Se non si è in grado di reggerlo si è sbagliato mestiere e sputare veleno su musicisti di un certo livello consolidato, probabilmente per molti inarrivabile, non aiuta e ottiene solo l’effetto masochistico di screditarsi.

Riccardo Facchi

 

 

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