la profonda modernità di Don Ellis

 

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Non sono molti  i musicisti bianchi nella storia del jazz a poter vantare di essere dei geni innovatori, ma Don Ellis è proprio uno di questi. Eppure, quasi inspiegabilmente, non si sa se per incultura o trascuratezza, ancora oggi la sua figura artistica non è stata posta appieno nella dimensione che gli spetta, cioè tra i grandi di questa musica. Egli è stato, infatti, un brillantissimo trombettista, compositore e leader di big band (avendo da giovane maturato una notevole esperienza nel campo, inserito com’era nella sezione fiati della formazione di Maynard Ferguson e avendo poi lavorato per Mingus e George Russell), certo, ma quel che più conta, è stato anche un innovatore nell’utilizzare tempi e poliritmie complesse nelle sue intricate ma sempre stimolanti composizioni, riuscendo incredibilmente a “swingare duro” in tali contesti pressoché proibitivi per chiunque. E’ stato anche un innovatore sullo strumento, utilizzando una tromba a 4 pistoni utile ad ottenere quarti di tono, un innovatore in ambito di fusione tra il jazz, il pop, il rock e l’uso dell’elettronica a fine anni ’60, anticipando persino lo stesso Miles Davis. Non c’è campo di sperimentazione che non l’abbia interessato, persino la Third Stream Music di Gunther Schuller ( e non a caso uno dei suoi primi lavori How Time Passes era sottotitolato “Third Stream Jazz”) ma quello che lo rende oggi una figura così importante e da riscoprire necessariamente, è che è stato in grado di miscelare diversi idiomi musicali, anche geograficamente e culturalmente distantissimi tra loro, in quella che oggi si definirebbe con termini come “contaminazioni contemporanee”, riuscendo però a non perdere una sola delle migliori peculiarità proprie del jazz canonico. Il fatto è che Ellis sapeva maneggiare qualsiasi genere di materiale musicale e inserirsi in qualsiasi contesto, anche ben oltre il jazz, riuscendo sempre a costruire della musica assolutamente originale.

Già in dischi come questo registrato nel 1971 (ma anche in precedenti album a ben vedere), la cosa è ampiamente evidenziabile. Tears of Joy è in questo senso un’opera matura e considerabile un capolavoro che dovrebbe essere tenuto in considerazione da chi oggi opera nei termini suddetti, spesso riducendosi a opere “etno-jazz” di dubbia riuscita.

La forza musicale di questo ensemble e il pionierismo di questa musica sono praticamente senza precedenti, non solo per Ellis. Questo doppio CD contiene un quantitativo industriale di idee musicali originali, disponendo di un quartetto d’archi, di un ottetto di ottoni (quattro trombe, tuba, trombone basso, trombone e corno francese), quattro tra legni e sassofoni, e una sezione ritmica che vanta due batteristi, un percussionista, un bassista, condotta dal pianista jazz bulgaro Milcho Leviev (che diverrà noto più avanti per la sua partecipazione al quartetto di Art Pepper). Il primo CD è costituito da pezzi di media lunghezza, il più notevole dei quali è 5/4 Getaway, dove il jazz classico da big band e il be bop (ad un certo punto si sente distintamente citare un brandello di “Confirmation” inserito perfettamente in un contesto musicale parecchio differente) incontrano il  klezmer dell’Europa orientale, mentre Bulgarian Bulge mixa il blues con la musica poliritmica del folklore bulgaro. Altrove, ad esempio su Quiet Longing, gli archi vengono utilizzati come background timbrico stimolante per la tromba lirica solista di Ellis. Qui si sente anche l’influenza di  Gil Evans nella tessitura orchestrale complessiva. Sorprendente è poi Blues in Elf dove Leviev esordisce riprendendo pressoché alla lettera la Sonata al Chiaro di Luna di Beethoven per poi trasformarla rapidamente in un efficacissimo blues elaborato dalla band e da Ellis in assolo. Tutt’altro che un esibizionistico eclettismo e un prevedibile pasticcio musicale (qualcuno direbbe, la tipica “americanata”), anzi,  un esempio efficace di come con l’idioma jazzistico sia possibile – per chi ovviamente ne è capace – fagocitare qualsiasi tipo di materiale musicale.

Il secondo CD si apre con, How’s This For Openers?, sempre ispirato agli umori dell’Europa Orientale, con Ellis che fa sentire i quarti di tono utilizzabili con i 4 pistoni a disposizione della sua tromba. Con Samba Bajada si passa a tutt’altra area geografica del mondo e soprattutto ad altra cultura ritmica, con un’opera in cui si fondono col mainstream-jazz i ritmi brasiliani, realizzando una sorta di mix tra Jobim, Sergio Mendes e Deodato. Qui c’è un lungo assolo senza accompagnamento in cui si apprezza tutta l’abilità tecnica di Ellis.

Nel lungo e a tratti selvaggio Strawberry Soup (con presente anche un quartetto vocale in background), Ellis arriva a mostrare ciò che la sua band è in grado di fare utilizzando al meglio le diverse sezioni orchestrali. Questa sorta di concerto  è forse una delle opere più avventurose mai composte, arrangiate e realizzate nell’ambito della moderna letteratura per big band. In Euphoric Acid si sente poi di tutto. In un brano solo ci troviamo echi del cosiddetto (allora) jazz-rock, un anticipo dell’Ornette Coleman di Prime Time e persino qualcosa di Third Stream, il tutto senza fare pasticci, cosa che con un materiale del genere sarebbe dietro l’angolo per chiunque.

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In ultima analisi, Tears of Joy si pone come un punto d’arrivo per la creatività senza limiti del suo autore.

Riccardo Facchi

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