Ogni tanto è bene ricordare…

Jelly-Roll-Morton-Doctor-Jazz-4-CD-Box-Set-FLAC

Oggi propongo per l’ascolto un po’ di jazz tradizionale, ma potrei evitare di mettere aggettivi classificatori per capolavori senza tempo che sono della musica tutta e non solo del jazz.

Lo faccio oltre che per la bellezza intrinseca della musica, perché, come giustamente ha sostenuto ieri Sergio Pasquandrea sul suo nuovo blog, in troppi hanno difficoltà a “tornare indietro” nell’ascoltare il jazz e valutarne appieno la sua storia. In troppi, aggiungo io, parlano di jazz senza sapere a sufficienza della grande tradizione musicale che ha alle spalle, ormai secolare. Il jazz non parte da Miles Davis, o John Coltrane e nemmeno dal Bop e Charlie Parker. In realtà non c’è alcuna netta separazione tra il jazz pre-bellico e post-bellico. Nessuna sedicente “rivoluzione musicale” di cui troppo spesso ci si riempie la bocca, ha annichilito e reso démodé il passato. Sarebbe come a dire che nella musica colta non si debba più ascoltare Beethoven o Mozart perché è arrivata la dodecafonia. Nessun appassionato del genere sano di mente opererebbe negli ascolti in quel modo, ma col jazz succede, e pure spesso.

A dirla tutta, la cosiddetta “golden age” del jazz è stata negli anni ’20. Se io dovessi oggi scegliere in che periodo vivere il jazz, sceglierei quel periodo, per la ricchezza musicale, il grande fermento creativo e i grandi musicisti che ci sono stati allora: Jelly Roll Morton, King Oliver, Louis Armstrong, Sidney Bechet, Bix Bederbecke, James P. Johnson, Fats Waller, Earl Hines, i maestri dello stride piano, i Chicagoans, Fletcher Henderson, Duke Ellington e la nascita delle big bands, solo per citare i principali protagonisti, senza dimenticare Gershwin e i grandi compositori di Tin Pan Alley. Così come certi processi “contaminativi” (tollero poco l’uso di questa parola oggi molto abusata, che dà l’idea di una sorta di inquinamento di un qualcosa di puro, mentre il jazz è sempre stato “spurio”, ibrido e inclusivo per sua nascita e natura) non sono nati oggi. Per quel che mi riguarda non trovo nulla di più idiota delle battaglie faziose tra “tradizionalisti” e “modernisti”, o tra “conservatori” e (sedicenti) “progressisti” del jazz. Scusate la volgarità, ma sono tutte cazzate.

Per cui, dopo questa “brontolata sbrodolante”, tipica delle mie, propongo l’ascolto di un capolavoro di Jelly Roll Morton con i suoi magnifici Red Hot Peppers, in un pezzo del 1926 composto da King Oliver e esaltato dallo swing straripante, dal senso della costruzione formale innato di quel genio un po’ pazzo e presuntuoso (ma neanche troppo, anche se si spacciava per “l’inventore del jazz”, in fondo non ci è andato molto lontano) che fu il mitico “Jelly Roll”.

Ho scelto questo brano, perché, oltre a quanto detto, contiene una parte cantata dallo stesso Morton a mio avviso di una intensità espressiva e di uno swing implicito davvero impressionanti. Amo il Morton cantante, quasi come quello del mio prediletto “Satchmo”.

Buon ascolto e aggiungerei, divertimento, che nel jazz non guasta mai.

3185676Doctor Jazz

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...