A volte riesco ancora a sorprendermi…

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Ieri sera ascoltavo questo disco di Eddie Harris, tenorsassofonista bravissimo e abbastanza poco frequentato dalle nostre parti, o trattato con una certa sufficienza nel migliore dei casi, così come si è spesso presi a cercare l’innovazione astrusa e cervellotica in ambito jazzistico. Quella insomma che fa sentire il fruitore veramente “figo”, “cool”, quella che distingue il vero intenditore del jazz, per poi trascurare magari dischi come questo, che hanno solo il difetto (molto pregiudiziale, direi) di muoversi in un ambito di “mainstream” e di bacino musicale afroamericano più popolare, tra R&B e Funk, secondo i più ormai esausto, prevedibile, artisticamente sterile, troppo “easy”,  “commerciale”, poco adatto a certe raffinate orecchie pseudo intellettuali, per le quali in sostanza la musica per valere deve essere “esclusiva” (cosa ben strana in quanto il jazz invece ha sempre avuto ed ha caratteristiche inclusive…)

Più di uno ultimamente mi ha giustamente sottolineato in privato che parlare in termini di “evoluzione” e “sviluppo” in ambito musicale ha poco senso. Giusto. E allora perché si fanno continuamente certi discorsi in ambito jazzistico e in particolare sul cosiddetto “mainstream” (ricordo che scartarlo dai propri ascolti significa in pratica scartare ancora più dell’80% del jazz e forse anche il 90% dei capolavori musicali da esso generati) quando si sa che anche i giovani jazzisti afroamericani fanno ancora oggi riferimento alla loro ormai mastodontica tradizione per rinnovarsi e proporsi?

Harris è nato e cresciuto a Chicago. Suo padre era originario di Cuba e sua madre di New Orleans. Come altri musicisti di Chicago di successo, tra cui Nat King Cole, Dinah Washington, Clifford Jordan, Johnny Griffin, Gene Ammons, Julian Priester, il giovane Eddie Harris ha studiato musica sotto Walter Dyett presso la DuSable High School. In seguito ha studiato musica alla Roosevelt University, dove si è abilitato a suonare pianoforte, vibrafono e sassofono tenore, al quale è stato tra i primi ad applicare il Varitone negli anni ’60.

Ascoltate bene con quale proprietà dell’idioma, con quale senso del blues, con quale perfetta pronuncia ritmica riesce ad esprimersi Harris. Il tutto in un ambito formale estremamente semplice, ma guarda caso, anche estremamente comunicativo. Se qualcuno pensa che sia semplice suonare in questo modo, vuol dire che non ha mai preso in mano uno strumento per fare del jazz.

disco altamente consigliato questo A Tale of the Two Cities e massimamente propedeutico a comprendere il jazz, la  tradizione musicale afro-americana e le sue radici, perché non c’è innovazione senza conoscenza della tradizione.

A minuto 7:00 c’è una parte dell’assolo di Harris in stop-time davvero strepitosa.

buon ascolto

Illusionary Dreams

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