Brad Mehldau scrive e suggerisce…

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Sull’ultimo Musica Jazz di Novembre, c’è un bello scritto, molto profondo di Brad Mehldau, che dovrebbe far riflettere sul tema sia i musicisti, sia gli operatori del settore, sia il pubblico dei fruitori dei concerti.

Riporto qui un estratto interessante per conoscenza, come argomento su cui si potrebbe anche aprire una articolata discussione:

(…) Come musicista, ci penso sempre: mi guardo in giro e penso al pubblico prima che a me stesso. Mi dico: ” E’ incredibile: queste persone hanno dedicato due o più ore della loro serata al mio concerto; non voglio annoiarle”. So come si senta uno spettatore; perciò non voglio essere io a infliggergli una sensazione negativa. Ma non posso garantire che nessuno si annoi ascoltando quello che faccio. So che c’è sempre una parte del pubblico che reagisce negativamente a un concerto. Mentirei se dicessi che non mi interessa. Ritengo che tutti i musicisti partano dal desiderio che tutti apprezzino la loro musica. Dopo tutto chi mai direbbe: “Voglio che la mia musica piaccia al sessantaquattro per cento del pubblico?”. Se non piace a tutti, inevitabilmente la domanda successiva è: “Come reagisco?”. E’ una domanda spirituale, se volete, nel senso che fornisce l’opportunità di praticare l’umiltà liberandosi dall’orgoglio: tutte cose buone. Se mi faccio condizionare troppo da ciò che piace agli altri ma non a me nel mio modo di suonare, allora sono loro ad avere in mano il timone, influenzando le mie decisioni musicali. E non vale solo per le critiche negative: anche i complimenti possono rivelarsi altrettanto tossici.

Se non stiamo attenti, rischiamo di ripetere scioccamente all’infinito ciò che è piaciuto al pubblico. La parodia di se stessi è un pericolo per qualsiasi musicista che abbia riscosso un po’ di successo. Ed è ancora più insidiosa per un improvvisatore: non ci vuole niente a finire nella parodia degli stessi gesti dettati dalla spontaneità.

Non credo ai musicisti che dichiarano di non suonare per un pubblico; o quanto meno, se sono sinceri, non hanno le idee chiare. Per il musicista il pubblico è tutto. Senza ascoltatori volenterosi e curiosi non ci sarebbe alcun progetto: tutte le nostre preziose idee diventerebbero come il proverbiale albero che cade nella foresta senza che se ne accorga nessuno. Questo dato di fatto può sembrare ovvio ma talvolta nel jazz viene trascurato, là dove spesso ci si vanta di un impegno senza compromessi verso una particolare visione artistica.

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L’idea che compiacere il pubblico sminuisca la propria integrità è uno spiacevole errore. Questa visione “dentro o fuori” non considera la realtà di ogni grande musicista, che gratifica il pubblico esattamente rimanendo se stesso. Naturalmente compiacere il pubblico non è il nostro dovere di musicisti ed è altra cosa che farsi apprezzare. Trasmettere la propria verità è ciò che importa di più. Perciò fammi essere me stesso quando do un concerto.Il pubblico non ne soffrirà: al contrario, proprio rimanendo sincero e senza compromessi riesco a creare un’autentica identificazione tra me e il pubblico. Tutto quel che posso comunicare è la mia verità: nient’altro. Non devo mai dubitare del pubblico. Gli spettatori hanno fiducia in me; hanno dedicato una parte del loro tempo a venire a sentirmi. E io devo riporre in loro la stessa fiducia. Devo fidarmi della loro capacità empatica, della loro intelligenza e integrità. Certo potrò anche perdere una parte di loro lungo la strada. Così sia, ma almeno non avrò cercato di ingannarli.(…)

Ovviamente una idea sul tema l’ho e mi sono venuti in mente molti esempi, ma evito di esplicarli, lasciando a ciascuno la propria riflessione. Aggiungo solo che assai raramente capita di leggere parole di questo tipo prodotte da un musicista, specialmente da un jazzista.

Per quel che può valere: Complimenti Brad!

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