A lezione di feeling da Chet Baker

Ho perso la testa per Chet Baker. Non esistono più i musicisti come lui. Oggi ci sono le scuole, i metodi, tutti imparano a suonare una valanga di note, a copiare quello che è stato fatto, e sono tutti uguali l’uno all’altro. A Chet bastavano due note e lo riconoscevi subito. Era uno dei pochissimi personaggi nel jazz che aveva ancora qualcosa da dire. Sì anche negli ultimi tempi, pur con il labbro, la bocca non più in buone condizioni, ti accorgevi, più di prima, di quale miniera di musica avesse dentro“.

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Ho voluto riportare queste significative e sentite frasi di Oscar Valdambrini, dette pochi giorni dopo la scomparsa di Chet Baker, avvenuta il 13 maggio 1988 ad Amsterdam in circostanze tragiche, perché riescono ad inquadrare perfettamente l’essenza artistica di questo grande quanto discusso personaggio.

La figura musicale di Chesney Chet Baker rappresenta infatti, al meglio, due elementi che più di altri ritengo ancora oggi fondamentali, in quanto sono divenuti relativamente rari da riscontrare tra i tanti pur validissimi jazzisti che ci capita oggi di ascoltare: talento musicale innato e feeling.

Nel suo commento, suppongo che Valdambrini abbia voluto evidenziare come nella formazione dei giovani musicisti odierni, si dia eccessivo rilievo alla preparazione tecnica, trascurando di sviluppare quei requisiti espressivi che sono peraltro peculiari nell’idioma jazzistico e probabilmente indispensabili.

Certo, si dirà, il talento non si può insegnare e ogni musicista è figlio del suo tempo. Ciononostante, è importante porre attenzione nelle valutazioni critiche intorno al jazz, non solo agli aspetti tecnici, formali o strutturali, come oggi si tende a fare, ma anche a quelli espressivi, perché riscontrabili in tutti i grandi che, ciascuno a proprio modo, hanno reso arte la nostra beneamata musica.

Questo discorso non deve trarre in inganno e far supporre che stiamo parlando di un musicista che compensasse eventuali sue carenze tecniche con elementi espressivi, discorso abbastanza ambiguo che talvolta viene utilizzato in modo pretestuoso e sostanzialmente poco veritiero. Certo, Baker non era un gran lettore della musica (non è certo una rarità nella storia del jazz) e un mostro di tecnica, o meglio, bisognerebbe forse dire che la sua tecnica era funzionale alle sue necessità espressive, ma ritenere addirittura che fosse debole sotto tale profilo se non è un falso è argomentazione molto discutibile.

Innanzitutto, è osservabile abbastanza chiaramente che avesse un orecchio musicale formidabile e fosse un magnifico improvvisatore, mentre era un compositore quasi nullo, il che potrebbe essere argomento a sostegno della tesi di una probabile preparazione teorica limitata, più probabilmente non ne era interessato. Non ricordo infatti sue composizioni particolarmente degne di nota (Freeway?), poiché più che altro è stato un grandissimo interprete di canzoni del cosiddetto “Great American Songbook”, di standards jazzistici e blues. Sul piano del fraseggio credo che sia stato uno dei trombettisti bianchi più dotati e sofisticati del jazz moderno, capace di elaborare frasi musicali anche particolarmente lunghe, ritmicamente ineccepibili (il che indicherebbe una tecnica strumentale molto più sicura di quel che non si dica) su un registro dello strumento e quindi un “parco note” anche limitato, indice di una fantasia non comune.

Un altro luogo comune su di lui è che suonasse solo su tempi lenti o medi e avesse problemi a suonare sui tempi veloci. Gli esempi a confutazione si sprecano, tenendo anche conto che fondamentalmente la sua formazione da improvvisatore era da bopper autentico, per quanto con un suono più rotondo e un fraseggio più melodico e meno spigoloso dei maestri afro-americani di riferimento (Gillespie, Navarro, Dorham, Mc Ghee etc.). Quando era in vena era in grado, infatti, di infilare magnifiche sequenze improvvisate velocissime e molto sofisticate (si ascolti per esempio Go-go, tratto da Boppin’ with the Chet Baker Quintet, o Fine and Dandy da Smokin’ with The Chet Baker Quintet o Tempus Fugit in questo video degli ultimi suoi anni, quelli nei quali aveva i noti problemi di imboccatura), alternandole magari a qualche incertezza, percepibile in svariate incisioni. Baker purtroppo era un tossico e, come tale, non brillava certo per costanza e professionalità, anche a causa di un eccesso di produzione discografica e concertistica, dovuta probabilmente al suo disperato e continuo bisogno di denaro, necessario ad “alimentare” il vizio.

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Oltre a questo, i suoi detrattori, sempre se esistono, gli rimproverano quella che oggi si direbbe, una certa mancanza di “progettualità” nella sua produzione musicale. Certo, in questo senso Baker non era Davis e non aveva la preparazione e la forza innovativa di un Gillespie, o non rappresenta ciò che per il jazz ha rappresentato Armstrong (ma quanti possono vantarlo?), solo per rimanere in tema di trombettisti.

A proposito del  paragone diretto tra Davis e Baker spesso abusato e a mio avviso improprio, occorrerebbe aprire un inciso. Molti hanno trovato quasi naturale il raffronto, forse per una relativa somiglianza nel suono della tromba, ma se si va a vedere bene, non solo sul piano dei risultati musicali ed estetici raggiunti, anche sul piano prettamente strumentale, l’approccio e le intenzioni espressive sono molto diverse tra loro. Direi addirittura che si tratta di musicisti alla fine completamente diversi su quasi tutto e accomunarli l’ho sempre trovata una cosa abbastanza superficiale.

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Vi è sì un che di puro nell’emissione del suono di entrambi e forse anche un senso di solitudine comune nel feeling, ma il suono di Davis è più ronzante, più “nervoso” (specie quando usa la sordina), più “ansioso”,  più metropolitano, più “nero” ed esprime la solitudine dell’uomo che si sente emarginato ed isolato anche in presenza e in convivenza con il caos cittadino e la realtà sociale quotidiana, ed una sofferenza più legata al senso di non accettazione sociale, di non ancora raggiunta integrazione nella realtà in cui vive e alla quale in fondo aspira e che sente ormai come dovuta.
Il suono di Baker esprime una solitudine più cosmica, più affine alla idea europea di “poeta romantico” (e forse anche per questo si è abusato da noi del termine “poeta” nei suoi confronti, trascurando però un’idea di poesia molto diversa, riscontrabile non solo in Davis ma persino in un trombettista “tecnico” come Freddie Hubbard, che è tipica della loro cultura afro-americana) quella dell’uomo che si sente solo, debole e fragile rispetto al mondo, all’universo che lo circonda. Uno stato d’animo ben preciso e ben comunicato dalla sua tromba ed uno stato di inadeguatezza psicologica molto individuale, evidenziato volutamente in modo passivo. E’ tuttavia una solitudine che non aspira all’integrazione, come quella di Davis e in sostanza di tutti gli afro-americani. Una solitudine questa che esprime una individualità più positiva, affermativa, che cerca di imporre il contributo della cultura afro-americana, espresso tramite la sua sempre innovativa musica e il suono della sua tromba. In Baker non si manifesta mai questa urgenza che in Davis è invece tipica. Baker non ha mai avuto il carisma,  la leadership, il sacro fuoco creativo di Davis. Egli è null’altro che il tipico talento naturale del jazz, forse uno dei più grandi come forza comunicativa, come capacità di imparare e suonare al volo qualsiasi cosa gli venga proposta, anche in condizioni fisiche e psicologiche pietose come quelle nelle quali spesso si trovava, ma proprio questo alla fine è stato il suo limite. Egli non ha mai saputo o potuto vivere la musica come realizzazione collettiva. Baker è sostanzialmente jazz inteso come emozione purissima e come espressione individuale (nel senso romantico del termine) come a mio avviso nemmeno Davis era in  grado di fare, ma su tutto il resto il paragone è letteralmente improponibile.
Nella musica di Baker non c’è innovazione, non c’è evoluzione, non c’è ricerca, non c’è visionarietà e in un certo senso non c’è “intellettualità”, tutte cose che in quella di Davis si trovano a larghe manciate. In Baker c’è semplicemente il “racconto” di un uomo tramite la propria tromba, senza altro pretendere ed è per questo che certe versioni di Almost Blue di I’m A Fool To Want You, di My Funny Valentine  o certe di This Is Always e Alone Together (con Bill Evans al piano e Pepper Adams al sax baritono) sanno emozionare profondamente e rimanere indelebilmente nella  memoria di chi ascolta. Ti fanno semplicemente accapponare la pelle, anche se è vero che le prove, anche scadenti e tecnicamente inadeguate, sia come cantante che come trombettista certo non mancano.

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Baker era in estrema sintesi un poeta della tromba con una musicalità innata, in possesso di una straordinaria abilità nella scelta delle note, con un lirismo quasi unico.

Altre analogie si potrebbero trovare col talento naturale del già citato Armstrong (anche lui trombettista e cantante), per altri aspetti con Bill Evans, a lui più vicino per sensibilità artistica e, purtroppo, per tragica esperienza umana, anche se Evans non manifestava minimamente i suoi problemi privati in pubblico e aveva una serietà professionale non paragonabile a quella di Baker. Similmente a lui, Baker affinò negli ultimi anni di vita sempre più l’aspetto malinconico e introspettivo in musica, man mano che l’esperienza di vita e la decadenza fisica lo limitavano dal punto di vista tecnico (la tromba, come ebbe a dire più volte Miles Davis, è uno strumento faticoso, che richiede una buona forma psico-fisica per essere ben suonata). Inoltre, allo stesso modo di Evans, egli cercava di esprimersi in contesti e formazioni ridotte, come il Duo o il Trio, idonei a ricercare il giusto interplay con compagni d’avventura musicalmente affini. In questo senso dischi come Diane (Steeplechase -1985) registrato in duo con un magistrale Paul Bley, sono quanto mai significativi e costituiscono, pure in presenza di alcune chiare imperfezioni tecniche, documenti emozionanti e indispensabili della sua arte. Oppure sono da segnalare i bellissimi dischi registrati live in compagnia di Niels-Henning Orsted Pedersen al contrabbasso e Doug Raney alla chitarra, registrati nel 1979 sempre per Steeplechase, con atmosfere e brani dal mood decisamente più variegato, in grado di mettere in risalto i diversi aspetti della sua naturale musicalità.

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In sostanza, Baker non ha mai cambiato estetica e poetica nel corso di tutta la sua carriera, affinando sempre più la profondità interpretativa, evitando sistematicamente di seguire mode o tendenze musicali del momento. In questo senso, si è trattato di uno dei musicisti più coerenti della storia del jazz.

Al di là dei diversi gusti e delle preferenze di ciascuno, si può ben dire che difficilmente un assolo di Chet Baker all’ascolto passa inosservato, il che non è certo poca cosa.

Riccardo Facchi

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5 pensieri su “A lezione di feeling da Chet Baker

  1. Bella analisi. Mi piacerebbe dare due spunti ulteriori di riflessione. Quando si usa la parola tecnica ci si riferisce sempre alla capacita’ di suonare le note velocemente. Ritengo che questa capacita’ debba essere ascritta alla meccanica, in quanto ci vuole moltissima tecnica anche per suonare una nota lunga con un bel suono su una dinamica di pianissimo. 🙂
    Inoltre oggigiorno bisogna essere piu’ cauti di sempre nell’uso della parola talento, oramai completamente distrutta nel suo significato da spazzatura come i cosiddetti talent-show. Chet era certamente un talentuoso, ma oggirgiorno occorre specificare che questo non ha fatto in modo che non dovesse studiare assiduamente per diventare quel che e’ divenuto.
    Spero non voglia prenderla come una critica al suo scritto ma piuttosto come ulteriore spunto di discussione.
    Cordialita’
    Mirko Guerrini

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    1. Sono assolutamente d’accordo con lei, invece, e se dà un’occhiata anche ad altri articoli del blog si renderà conto che ho spesso espresso il concetto di tecnica che ha appena esplicato. Per gli strumenti a fiato esiste anche la tecnica nella formazione del suono. Per intenderci, per suonare come Ben Webster e Johnny Hodges occorre una tecnica che non è legata alla velocità e per certi versi è anche assai più complicata da ottenere. Tenga conto che ho suonato in gioventù un sassofono per parecchio tempo è so perfettamente cosa intende dire. Quello della velocità inteso implicitamente come tecnica è uno dei tanti stereotipi abusati. Quanto al talento anche qui mi pare abbastanza chiaro nello scritto che si parla di talento musicale vero e il fatto di averlo non implica la trascuratezza nello studio. Le due cose non sono disgiunte.

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