Cose che davvero non si possono più raccontare…

Non si possono raccontare con parole diverse contenuti già sviscerati da altri. Credo che realizzare un disco di mainstream oggi sia un po’ questo. Ed è una prassi che non condivido, in quanto risulta decisamente anacronistica. Al di là della bravura strumentale, mi piace sentire e capire la “visione” che sta alla base di un progetto, che secondo me è la cosa più importante.

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Ho estrapolato questo scritto tratto da una recente intervista ad un musicista italiano, perché è sintomatico di un certo modo di pensare intorno al jazz nel nostro paese, totalmente erroneo. Un mantra reiterato a più riprese, ma sostanzialmente privo di reale fondamento, spesso detto da musicisti che con il jazz coltivano da tempo un rapporto abbastanza conflittuale, e che davvero non si riesce più a leggere.

Detto francamente, la frase mi ricorda tanto la favola della “volpe e l’uva” e nasconde una presunzione di sé che è pari alla probabile ignoranza di fondo sull’argomento.

Innanzitutto l’esordio: è totalmente falso che non si possano raccontare con parole diverse contenuti già sviscerati da altri. Potrei fare migliaia di esempi distribuiti in un secolo di jazz per confutare quella affermazione. Sicché suonare uno standard battuto sino alla noia come “Body and Soul” oggi non è possibile? Sul serio?

Quindi il giovane Gerald Clayton che mi suona oggi questa splendida versione pianistica di Embraceable You in modo molto moderno e originale, pur rimanendo nel linguaggio canonico del mainstream, cosa sta facendo? Esercizio di bella copia? anacronismo? Non ha una visione? Non raccontiamo barzellette per favore.

Suonare poi oggi Mainstream è anacronistico? Davvero? Invece proporre un confuso progetto con ingredienti di minimalismo, o della dodecafonia, o del Free di quarta mano in ambito sedicente improvvisato che cosa sarebbe? Attuale?

Philip Glass
Philip Glass

Se poi rimaniamo anche solo ai nostri affermati jazzisti, Pieranunzi che rilegge magnificamente il book di Wayne Shorter, piuttosto che Ellington o Bill Evans è anacronistico? Non ha una visione? Oibò, invece è uno dei nostri musicisti internazionalmente più stimati.

Con queste idee stereotipate sul Jazz, basate su un progressismo fondamentalmente fasullo e modaiolo, non credo che esso potrà mai raggiungere la dignità che gli spetterebbe ed è riservata invece alla musica accademica.Sicché oggi eseguire Bach, o Mozart, o Chopin, o Debussy è anacronistico? Non credo che un serio appassionato del genere andrebbe in giro ad affermare certe cose o affronterebbe la materia in questo modo, pena essere preso per i fondelli da chiunque ne capisca un minimo.

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Vogliamo, per la miseria, metterci una buona volta in testa che il Jazz dopo un secolo ha INEVITABILMENTE una sua storia, un suo bacino musicale di riferimento, ha un suo repertorio compositivo consolidato cui attingere e ai quali attinge chi, tra i musicisti che realmente lo conoscono e lo praticano, ha profondo rispetto per la propria tradizione musicale e culturale? O non può farlo in nome di un progressismo totalmente artificioso e imposto ad una tradizione musicale che non funziona e mai ha funzionato in quel modo.

Ma scusate, cambiando ambito culturale, un insegnante di lettere dovrebbe dire che leggere i Promessi Sposi, o le poesie del Leopardi è anacronistico oggi rispetto alla letteratura italiana? Cosa dobbiamo far leggere allora? Gli scritti di Pietrangelo Buttafuoco, o i mediocri articoli del giornalismo nazionale d’oggi? Ma stiamo scherzando?

Facile sputare sentenze del genere sulla musica e la cultura altrui, specie quando il tanto decantato nuovo jazz europeo dopo decenni non è ancora riuscito a costruirsi un suo repertorio compositivo comune di riferimento. A parte alcune cose frequentate di Django Reinhardt, non mi pare che ci siano stati in questi anni in Europa autori dello spessore di un Gershwin, di un Porter, di un Ellington, piuttosto che di un Monk, di un Silver o di uno Shorter a fare da bacino comune.

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Se devo dirla tutta, il jazz europeo oggi (o sedicente tale), al di là del suo valore o meno, mi sembra la rappresentazione plastica di ciò che dimostra di essere la U.E.: una accozzaglia di nazioni e nazionalismi, condita da presunzione di superiorità su altri continenti e culture, che condividono poco o nulla tra loro. Insomma a me pare che ognuna vada per conto suo e, per dirla volgarmente, ma credo efficacemente, a “cazzo di cane”.

Riccardo Facchi.

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2 pensieri su “Cose che davvero non si possono più raccontare…

  1. Hai pienamente ragione, il problema per certi “musicisti di jazz” italiani è che non hanno la capacità di confrontarsi con un brano vero e conosciuto e allora ne “scrivono” di nuovi su cui solo loro possono dire di averci improvvisato.
    Ricordo che il compianto Giancarlo Roncaglia mi raccontava che riceveva parecchi CD, allora faceva parte dei giornalisti che votavano per il referendum di Musica Jazz, e ascoltava con attenzione e per primi solo quelli che avevano qualche standard, quelli che contenevano solo brani originali li lasciava per ultimi e spesso non li ascoltava nemmeno.

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