Simcock e Goloubev – Duo Art: Reverie at Schloss Elmau (2014)

Duo-Art-Reverie-at-Schloss-Elmau_teaser_550xHo avuto occasione più di due anni fa, proprio nei giorni in cui veniva inciso questo CD, di ascoltare dal vivo questo notevole duo composto da due giovani interessanti talenti già abbastanza noti sulla scena musicale odierna e in ambito di musica improvvisata europea di ispirazione jazzistica, ricavandone una grande impressione. Uso questi termini e non l’usuale, sintetico, ma anche oggi abusato e mistificato termine, “Jazz”, non perché non si tratti anche di due capacissimi jazzisti e specialisti dei relativi strumenti, cosa che hanno dimostrato ampiamente di essere nel concerto di cui accennavo, ma perché nella proposta di questa registrazione della ACT viene fatta emergere una concezione di musica improvvisata prossima ad una sorta di camerismo accademico ispirato al jazz più che al Jazz vero e proprio. Il che, a mio modesto avviso e dal mio punto di vista,  rende  un po’ meno interessante e originale la loro proposta rispetto a quanto ascoltato “live” in quei giorni, per quanto si tratti di musica di alto livello eseguita da due autentici maestri dei loro rispettivi strumenti.

D’altronde la cosa è più che comprensibile e spiegabile, in quanto emerge chiaramente dal loro percorso musicale una preparazione di base molto forte e solida in ambito accademico che viene messa al servizio della proposta estetica,  nelle modalità compositive e nell’approccio agli strumenti, decisamente attento agli aspetti tecnici, alla purezza del suono, alla dinamica e alla timbrica degli stessi.  Tutte peculiarità rilevabili sia nel tocco del pianismo di Simcock che nella splendida cavata, quasi violoncellistica, di Goloubev  con l’archetto, ampiamente utilizzata. Tuttavia, spiace notare come la musica in questo CD veda la minimizzazione, se non quasi l’assenza, di quell’elemento indispensabile, peraltro autenticamente originale ed innovativo che è stato ed è ancora nel Jazz, ossia la componente ritmica e poliritmica, sia a livello compositivo che improvvisativo. Cosa che so per certo assolutamente non mancare ai due, il che rende di fatto la loro proposta, certo più in linea a quanto già si produce abbondantemente in Europa a livello di musica improvvisata, ma probabilmente meno specifica.

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Non so se si tratti di una scelta autonoma del duo o di una possibile influenza della linea estetica e di mercato dell’etichetta (in questo senso l’esempio della più nota etichetta europea ECM potrebbe risultare deleterio), ma, in ogni caso e al di là delle interpretazioni e delle preferenze estetiche di ciascuno, il disco paga comunque una certa monotonia nel clima espressivo dei brani, a mio avviso proprio per l’assenza di composizioni più briose dal punto di vista ritmico (con la lodevole eccezione di Antics) e più variegate in termini di mood espressivo, da alternare a quelle pur notevoli proposte.

Certo non si può non lodare comunque la bellezza di composizioni come Joy Forever o il raffinato assolo di Simcock  contenuto in Flow, entrambe sue composizioni, o la perfetta intesa di Non Schumann Lied, ma nei termini espressi rimangono alcune perplessità nella direzione musicale intrapresa. Interessante anche la elaborazione su Reverie, una composizione di Giovanni Bottesini, musicista del XIX secolo, che nulla ha a che vedere con la nota (e molto frequentata anche dai jazzisti) composizione di Claude Debussy.

D’altronde, appare ormai chiara in Europa  una tendenza a proporre, e direi anche a imporre, sul mercato, un’idea di jazz depauperata da quegli aspetti ritmici ed espressivi che peraltro hanno caratterizzato  la musica africana-americana per più di un secolo. Una sorta di affrancamento del cosiddetto jazz europeo dai riferimenti africani-americani, che, nel discutibile tentativo di ricercare una forma di nobiltà ad una forma musicale che in realtà ne possiede già una di suo, rischia tuttavia di produrre un appiattimento sul grande passato musicale accademico europeo, più  che una reale evoluzione originale del linguaggio musicale improvvisato, come forse si desidererebbe.

Comunque la si veda e al di là di tutto questo, il disco è più che apprezzabile, musicalmente e certamente meritevole di acquisto.

Riccardo Facchi

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