Al Cohn & Jimmy Rowles : arte senza ansia della leadership

514E9HHoiLL._SY355_Ecco due musicisti del glorioso passato jazzistico che in questa registrazione della defunta Xanadu, datata 1977, si sono incontrati realizzando un magistrale duetto che merita senz’altro una adeguata riscoperta.

Si tratta, in entrambi i casi, dei classici “musician’s musicians”, cioè di due grandi sottovalutati del jazz, in termini di riscontro pubblico (e purtroppo continuano ad esserlo), ma che hanno sempre goduto della totale stima dei musicisti con cui hanno collaborato e ciò per svariate ragioni musicali. I due condividono diversi tratti professionali e musicali nella loro biografia. Entrambi hanno sviluppato un periodo formativo in ambito orchestrale: Artie Shaw, George Auld e Buddy Rich per Cohn, Benny Goodman, Les Brown e Tommy Dorsey per Rowles. Entrambi hanno fatto parte con ruoli importanti dell’orchestra di Woody Herman, seppur in periodi diversi: Jimmy Rowles come pianista nel 1° gregge hermaniano nel 1946, sino al suo scioglimento e Cohn, nel 1948 col 2° gregge, come tenorsassofonista e arrangiatore, divenendo anche uno dei famosi “Four Brothers”  in sostituzione di Herbie Steward. Entrambi hanno sviluppato eccellenti doti da compositori e arrangiatori, sempre al servizio di una concezione musicale più di gruppo che individualistica, svolgendo per diverso tempo anche una proficua ed intensa attività professionale in ambito di produzioni televisive, cinematografiche e musicals.

Alvin Gilbert Cohn (1925-1988), newyorkese nativo di Brooklyn, è stato in realtà una figura importante del jazz bianco. Clarinettista agli inizi, stabilmente tenorsassofonista poi, molto influenzato nello stile improvvisativo da Lester Young, peraltro come un po’ tutti i sassofonisti bianchi dell’epoca, stile caratterizzato cioè da uno swing rilassato, ma dal sound decisamente più corposo rispetto all’estetica “cool” di comune riferimento nel periodo. Di lui si ricorda soprattutto la storica associazione al collega di strumento (e coetaneo) Zoot Sims, con cui con-diresse un fortunato quintetto a partire dal 1956 e con il quale registrò una nutrita e riuscita serie di dischi, ma è anche nelle vesti di arrangiatore e compositore che Cohn si distinse, mostrando doti nella scrittura, in particolare per le sezioni ance.

La mancanza di riconoscimento pubblico di Jimmy Rowles (1918-1996), nato a Spokane, Washington, è per certi versi ancor più rilevante, anche se in qualche modo spiegabile, poiché ha a che vedere sia con ragioni musicali che caratteriali. Potremmo infatti definirlo, in modo estremamente sintetico e per capirci, una sorta di Teddy Wilson moderno, nel senso che il suo pianismo è stato caratterizzato da analoga sobrietà, discrezione esecutiva, gusto innato, qualità associate a una sottigliezza armonica che ha pochi eguali nel jazz. Logica conseguenza del tratto di umiltà e tranquillità, persino eccessivo e controproducente, del suo carattere. Non a caso è stato stimato accompagnatore di moltissimi grandi solisti (Ben Webster, Gerry Mulligan, Jimmy Giuffre e Stan Getz, tra gli altri) e cantanti (Billie Holiday, Peggy Lee e Ella Fitzgerald). Il noto musicologo americano Gary Giddins lo descrive così bene pianisticamente: “Rowles is not an aggressive or showy player; he leaves lots of space, uses dynamics sparingly, and swings softly and at an even gait. What makes him remarkable is his ear for detail (the fills that make his accompaniment so stylish are no less disarming when he uses them to decorate his own solos), his depth of feeling (he could play a melody straight and make it sound like an improvisation), and his harmonic ingenuity (he rarely attacks a chord head-on, preferring dense substitutions or oblique angles).”

Il fatto è che Rowles è stato musicista coltissimo (considerato una specie di enciclopedia vivente a livello di conoscenza di brani di ogni genere, definito scherzosamente come una sorta di “libreria a piedi”) e di una intelligenza viva, caratterizzata da non casuali rilevanti dosi di ironia, priva degli egocentrismi tipici dei grandi solisti e sempre al servizio dei vari progetti musicali ai quali ha partecipato.

Il disco, con l’eccezione di Bar Talk, blues composto dai due per l’occasione, è costituito integralmente da notissimi standards e, contrariamente a quel che si potrebbe pensare in prima istanza, si tiene ben distante dalla routine esecutiva che un programma “scontato” del genere potrebbe manifestare. Tutt’altro, creatività e fantasia, naturalmente in un contesto di piena ortodossia jazzistica, abbondano da cima a fondo. Il disco si apre con l’esplosione di swing di Them There Eyes, che dopo l’enunciato del tema da parte di Cohn, viene affrontato, in modo assai originale, in una serie di 12 scambi di quattro battute tra sax e piano, di rara efficacia esecutiva e resa musicale. Cohn prosegue con un assolo vigoroso e fantasioso, seguito da Rowles che dopo un inizio più sobrio ma ricco di sottigliezze si lascia trasportare ritmicamente introducendo opportunamente una parte in stile “Stride”. Quindi la ripresa di Cohn sino al termine del brano. Notevoli anche le versioni di Sweet and Lovely e I Hadn’t Anyone Till You, entrambe depurate da stucchevoli romanticismi. In quest’ultimo brano in particolare brilla il pianismo di Rowles con una sua efficacissima introduzione. Non da meno è Taking A Chance On Love, ma tutto il disco scorre piacevolmente sino alla fine lasciando una sensazione di godimento jazzistico oggi poi non così comune.

Riccardo Facchi

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