Jimmy Giuffre, “Seven Pieces”: Sette brani proiettati al futuro

downloadPiù passa il tempo e più la figura artistica di Jimmy Giuffre viene ad assumere connotati tali da farlo considerare come uno dei pochi innovatori bianchi ad aver dato un contributo al jazz paragonabile a quello dei grandi jazzisti africani-americani. Ciò, nonostante sia stato a lungo artista misconosciuto e all’ombra di quella fama e di quel riscontro pubblico che gli sarebbe stato dovuto.

Compositore e arrangiatore eccezionale, sassofonista e, soprattutto, clarinettista originale, Giuffre è stato l’ideatore del cosiddetto “ritmo implicito” nel jazz, proponendo cioè musiche ed organici spesso privi del contributo, totale o parziale, della cosiddetta sezione ritmica: piano-basso-batteria, senza tuttavia snaturare le migliori peculiarità ritmiche proprie del Jazz. L’organico preferito e con il quale ad un certo punto della sua carriera si è stabilizzato è stato certamente il Trio, esprimendosi al meglio in tale contesto, pur sviluppando concezioni musicali differenti nei diversi periodi, integrandosi perfettamente con i musicisti di volta in volta proposti in formazione e in totale  condivisione della visione estetica.

Questo disco dell’inizio 1959, con Red Mitchell al contrabbasso e l’irrinunciabile Jim Hall alla chitarra, il primo per la Verve dopo che era decaduto il contratto con l’Atlantic, rappresenta una sorta di transizione dall’ardito e swingante trio “folk western-jazz” totalmente privo di sezione ritmica, composto dallo stesso Jim Hall e Bob Brookmeyer al trombone, verso quello decisamente più libero, astratto e cameristico, con Steve Swallow al basso e Paul Bley al piano di inizi anni ’60, ma non impedendo per questo il raggiungimento di un vertice musicale e discografico. Ciò, nel senso che la musica proposta, pur mantenendosi vicina ai canoni jazzistici più ortodossi, soprattutto in termini ritmici e di swing, prende a manifestare una concezione cameristica della musica improvvisata prossima alla musica accademica (ben conosciuta e apprezzata da Giuffre sin dagli studi a Los Angeles, sotto la guida di Wesley La Violette, un musicista classico che con Hall Overton e Darius Milhaud, ha perfezionato le cognizioni di alcuni giovani sperimentatori bianchi destinati a far parte della cosiddetta scuola californiana), raggiungendo tuttavia un mirabile equilibrio delle parti componenti, non sempre riscontrabile nei successivi progetti musicali svolti in analogo ambito, sia suoi che di altri musicisti. A cavallo, ci sta l’incontro con il giovane Ornette Coleman nel 1959, vincitore di una borsa di studio presso la Lenox School of Jazz, in cui Giuffre era insegnante stabile da alcuni anni e che in qualche modo contribuì alla svolta di Jimmy verso una concezione nuova,  più “free” del trio.

Come afferma lo stesso autore nelle note di copertina del LP originale, il disco, registrato agli inizi di marzo, presenta sette composizioni originali tutte scritte tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio del ’59. Composizioni indipendenti tra loro e che presentano diversi tipi di moods, tempi e forme, esplorando ritmi e melodie in improvvisazione. Nel disco prevale il contributo solistico di Giuffre con il clarinetto in ben 4 brani, altri due sono affrontati al sax tenore e uno solo al baritono. L’inconfondibile sound di Giuffre al clarinetto si manifesta sin dal brano di apertura, Happy Man. Un semplice e accattivante blues in 12 battute, in cui paiono evidenti le influenze di Pee Wee Russell, a livello di formazione del suono (con quel tipico soffiato…), e di Lester Young in termini di fraseggio e approccio rilassato all’improvvisazione. Struttura semplice, canonica, nella quale Giuffre dà vita ad un assolo di rara perfezione formale e feeling al tempo stesso, appoggiandosi anche ad alcuni semplici stratagemmi strutturali, interloquendo dialogicamente con la chitarra di Jim Hall, utilizzando scambi di battute tra i due e persino uno “stop time chorus” che rimanda alla più profonda tradizione jazz. Un perfetto esempio di come realizzare grande jazz con temi e mezzi formali semplicissimi ma con grande organizzazione ed intesa nell’ esecuzione. La composizione successiva, Lovely Willow (e non Princess come indicato erroneamente nella recente riedizione in CD, scambiato nel titolo col quarto brano), è una composizione in 16 battute con una semplice melodia di 8 ripetuta due volte e con l’aggiunta di una breve coda scritta dopo la ripresa del tema, assai gustosa ed efficace (utilizzata qualche anno fa anche in un noto spot pubblicitario tv), nella quale Giuffre imbraccia il sax tenore con analogo stile “soffiato” e molto spazio è dato agli interventi di basso e chitarra, coinvolti in ruoli decisamente paritari. Il brano seguente, Song of the Wind, preso a tempo medium-fast con il basso che swinga brillantemente in quattro contiene uno focoso assolo di Giuffre al clarinetto pienamente jazzistico. Princess è una ballata dalla melodia nebbiosa, non banale, apprezzabile col tempo e che rimanda più di altri brani ad atmosfere più propriamente cameristiche. Così come  lo scarno The Story, affrontato al baritono, tuttavia ricco di finezze e di telepatico interplay tra i musicisti, e il delicato  The Little Melody. Si chiude a dosi massicce di jazz, con il travolgente e “implicitamente” swingante Time Machine in cui giganteggia anche il contrabbasso di Red Mitchell.

L’edizione in CD propone una session live registrata a Roma al Teatro Adriano nel giugno dello stesso anno con Buddy Clark al posto di Red Mitchell. Concerto interessante e molto ben registrato ma non so quanto pertinentemente aggiunto alla edizione originale in studio. Disco comunque indispensabile, per nulla datato, da procurarsi per qualsiasi jazz fan degno di questo nome.

Riccardo Facchi

 

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