un gigante del tenore oltre i pregiudizi della critica

Michael_Brecker_CoverIn un periodo nel quale stenta a proporsi sulla scena contemporanea abbondanza di figure carismatiche, perlomeno se paragonata a quella dei jazzisti delle generazioni precedenti, ho scelto di riproporre questo disco omonimo di Michael Brecker, il suo primo da leader, inciso alla matura età di 38 anni, per omaggiare e non dimenticare un grande tenorsassofonista, scomparso peraltro prematuramente da soli otto anni, tra i più influenti e significativi del post-coltranismo.

Eppure Brecker non ha mai goduto di buonissima stampa da parte della nostra critica specializzata, da sempre alla ricerca smaniosa del musicista innovatore sul piano formale e strutturale (per quel che mi riguarda il preambolo formale applicato come criterio generale di valutazione in ambito jazzistico, continuo a trovarlo discutibile, se non in diversi casi persino fuorviante) e poco attenta all’aspetto della forza espressiva, che è da sempre invece la peculiare caratteristica di quella musica improvvisata che da ormai oltre un secolo di nome fa “Jazz”. Spesso, cioè, si assiste ad una sbrigativa tendenza a spedire ingiustamente all’oblio intere discografie di improvvisatori di classe superiore, liquidati per muoversi in ambiti formali giudicati elementari, o troppo sfruttati, ovvero per non meglio specificate modalità espressive “formulaiche” e “muscolari”, o ancora, bollati per loro partecipazioni a progetti musicali ritenuti artisticamente poco rigorosi, arrivando a dare, non di rado, valutazioni dal tratto più etico-moralistico che musical-estetico. Tutto ciò, dimenticandosi bellamente di oggettivi valori musicali che ad un orecchio non pregiudiziale emergono invece in tutta la loro evidenza. Ché Michael Brecker, a lungo immeritatamente trascurato, è stato in realtà un maestro, un innovatore del suo strumento, che ha fatto scuola come pochi altri e che ha influenzato non solo moltissimi giovani tenorsassofonisti, ma anche colleghi pressoché coetanei.

Ricordo, in proposito, in una intervista fatta a Bob Mintzer nel 1994, di solo qualche anno più giovane di Micheal, l’espressione di profonda stima nei suoi riguardi, nonostante gli avessi esplicitato la mia personale preferenza per il suo stile sassofonistico, più “sobrio”, rispetto a quello del più noto collega. Mintzer mi disse infatti, umilmente, di essere in disaccordo con la mia valutazione e mi precisò una cosa che mi rimase impressa: “Michael riesce a fare cose sul sassofono che io nemmeno riesco ad immaginare”. Il suo approccio scalare, la sua capacità di sintetizzare assoli significativi anche in brevi interventi solistici in qualità di sideman, sfruttando tutta la gamma espressiva dello strumento, il suono pieno, ricco di armonici, la sua tecnica di emissione, la coerente costruzione fraseologica, il perfetto senso del tempo, sono tutti elementi che si possono riscontrare in qualsiasi suo assolo, sin dai suoi esordi giovanili, ad altissimi livelli professionali, con il gruppo di Horace Silver e che in questo disco della maturità sono sviluppati al massimo grado.

Ancora, potrei citare il significativo parere del nostro Enrico Pieranunzi tratto da un vecchio Musica Jazz della metà anni ‘80: “…Ritengo stupefacente il fatto che Micheal Brecker venga giudicato un sassofonista “normale” e per lo più privo di feeling. Brecker è uno dei più importanti solisti contemporanei; un sassofonista che ha sviluppato in maniera originalissima, attraverso lo studio delle sostituzioni e dei passaggi armonici la lezione di Coltrane. Proprio non capisco come possa essere accusato di non avere pathos un musicista che ha inciso un disco come “Cityscapedi Claus Ogerman”.

Né si possono trascurare le sue doti di compositore originale ed interprete di ballate vecchie e nuove, qui ben rappresentate (The Cost of Living e My One and Only Love), con uno stile inusualmente ricco di note per il genere, ma non per questo  logorroico e poco espressivo.

Nativo di Filadelfia, città storicamente di grandi tenorsassofonisti, Brecker arriva a questa incisione da leader dopo aver maturato moltissime esperienze da sideman in svariati ambiti stilistici. Chick Corea, Quincy Jones, Charles Mingus, Claus Ogerman, Charlie Haden, Frank Zappa, Joni Mitchell, Herbie Hancock, Paul Simon, Bruce Springsteen, Frank Sinatra, John Lennon, Eric Clapton, Freddie Hubbard, Kenny Wheeler, Chaka Kahn, Dire Straits, James Taylor, Pat Metheny, Donald Fagen, Steely Dan, Billy Joel, tra le più note.

Co-leader, insieme al fratello Randy, dei “Brecker Brothers” nelle incisioni in ambito di fusion dal 1975 e per i sei anni successivi, Michael si fece prepotentemente apprezzare come grande solista nelle incisioni degli “Steps” (poi divenuti i notissimi “Steps Ahead”) assieme a Mike Mainieri e l’amico  pianista e compositore (anch’egli morto prematuramente e oggi da rivalutare) Don Grolnick. Raramente quindi è possibile riscontrare nella storia del jazz un solista di questo livello realizzare la sua prima incisione da leader dopo un tale curriculum di esperienze e si può ben dire oggi che fece bene a non aver fretta, confezionando una incisione musicalmente davvero compatta e consistente sotto diversi punti di vista, considerabile come un suo capolavoro.

Da non trascurare poi, l’eccellenza della formazione del gruppo proposto da Brecker per questo disco. Potremmo persin dire il meglio del periodo: da Pat Metheny alle chitarre, ad un altro sfortunatissimo e bravissimo pianista come Kenny Kirkland e una sezione ritmica completata da due mostri sacri come Charlie Haden al basso e Jack De Johnette alla batteria. In aggiunta, produttore del disco, l’amico Don Grolnick che contribuisce anche a livello di repertorio con due suoi gioielli compositivi, come Nothing Personal e il già citato, struggente, The Cost of Living, la punta espressiva del disco, con incluso anche un drammatico assolo di contrabbasso di Charlie Haden. Del resto la collaborazione musicale e amicale tra Grolnick e Brecker, quasi simbiotica, è ben nota e per certi versi potrebbe ricordare nei frutti altre grandi storiche del genere, come quella ad esempio tra Tyner e Coltrane.

Da notare come, con la recentissima morte di Charlie Haden, ben quattro dei sei protagonisti citati risultino già scomparsi, a sottolineare quale grave perdita artistica ha subito il mondo del jazz in questi ultimi decenni.

Il disco ha pochissimi lati deboli e tanti punti di forza, sotto diversi profili. Sul piano compositivo si fanno apprezzare, oltre ai temi del geniale Don Grolnick, i due originali di Brecker come il  suggestivo Sea Glass, un moderno interessante ¾, e Syzygy, caratterizzato da una lungo introduttivo duetto improvvisato tra Brecker e De Johnette che richiama vagamente quello mitico tra Coltrane ed Elvin Jones in brani come Vigil. Notevole anche l’interpretazione di Choices, tema del chitarrista Mike Stern. Sul piano solistico Brecker giganteggia in molti dei brani citati, ma certamente mette il suggello al disco con la modernissima interpretazione di “My One and Only Love”, prosciugata da ogni svenevolezza e arricchita da una improvvisazione che lascia pochi dubbi circa la valenza musicale ed espressiva già raggiunta all’epoca da Brecker.

Riccardo Facchi

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