nascita e genitorialità del jazz: tra possessori della verità e falsi approcci scientifici

“Menzogne colossali plurisecolari e di dimensioni continentali si nascondono dietro un gioco di silenzi, eufemismi e verità non dette, parlando di jazz. È una storia afrocentrica ancora tutta da scrivere”.  una storia tutta nuova emersa dalle ricerche di Piras e pronta a capovolgere i paradigmi fondamentali del jazz. Si parlerà delle non-origini del jazz, perché questo genere non è stato “inventato” magicamente da una singola persona e non nasce nel secolo scorso in territorio neutro statunitense, come vorrebbe la sua mitologia. Netta la visione di Piras: “La musica jazz si è svolta in altri momenti da quelli che immaginiamo. Questa musica è un albero che ha radici molto profonde. I racconti leggendari vanno sempre verificati, i luoghi comuni e le opinioni scorrette vanno frantumate. Sto assumendo posizioni impegnative nel combattere queste leggende.” Poi spiega: “Esistono paradigmi storiografici erronei e uno di questi è il paradigma della musica del jazz”. Secondo Marcello Piras le interazioni tra linguaggio musicale scritto europeo e i linguaggi musicali dell’Africa nera sono iniziati intorno al Mediterraneo. È falsa la credenza che solo gli Usa praticavano la tratta degli schiavi neri: esisteva anche in Europa, perciò il mondo africano e quello europeo non erano estranei. “Il jazz ha una combinazione di caratteristiche che è peculiare, perché ciascuna di queste caratteristiche si trova anche altrove e tutte insieme non si trovano da nessun’altra parte. E questo è proprio uno dei motivi per il quale la sua nascita è avvolta nelle leggende, perché è una nascita complicata: è il risultato di influenze di culture diverse che sono distanti fra loro anche migliaia di chilometri”, precisa Piras.

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Ho riportato questo scritto che ho ricavato dalla mia home di Facebook perché è, a mio modo di vedere, sintomatico di quanto la visione del jazz oggi, anche a presunti alti livelli musicologici, in Italia sia estremamente confusa e contraddittoria.

Negli ultimi tempi, da un lato sento sempre più parlare di sedicenti “approcci scientifici” alla materia, che permetterebbero di arrivare, dati alla mano, a verità definitive e oggettive sul tema, dall’altro c’è chi narra un revisionismo storico grossolanamente ignorante spacciato per scoperta sensazionale, come ha fatto negli ultimi anni Renzo Arbore, peraltro sponsorizzato ampiamente da una stampa e tv nazionali colpiti da smanie autarchiche da far invidia alla propaganda di regime del Ventennio fascista. In entrambi i casi citati, a parer mio, pur con autorevolezza e competenze diametralmente opposte (non mi sogno certo di paragonare le competenze e conoscenze musicali di Piras a quelle approssimative di Arbore) e partendo da posizioni apparentemente opposte, si asseconda sostanzialmente il medesimo intento: quello di confutare la paternità jazzistica al continente americano e di espropriarla agli africano-americani, in particolare.

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Mi rendo conto che può essere fastidioso per un europeo, più o meno colto e interessato alla musica, ammettere a se stesso che una delle espressioni artistiche più importanti del Novecento sia stata opera dell’odiato continente americano e di una etnia sotto sotto ancora considerata culturalmente inferiore (nessuno si ritiene razzista, ovvio…), ma, purtroppo per lui, le cose continuano e continueranno a rimanere  tali, nonostante gli sforzi che da tempo si stanno facendo da più parti per confutare una realtà storica e musicale ben consolidata. Pare impossibile che un continente così “incolto” e “grezzo”, che ha realizzato il capitalismo e lo sfruttamento delle masse, seminato e finanziato guerre in tutto il mondo, possa aver dato la genitura a tale grande arte musicale. Sicuramente è stata opera di altri e di altro luogo, di altri popoli e, perché no, con il contributo decisivo e predominante della madre Europa, la madre di tutte le vere culture e delle vere arti concepite dall’Umanità. Certo non quell’Europa delle crociate, del colonialismo, dei grandi e nefasti totalitarismi del Novecento, o quella dello stermino pianificato degli ebrei (peraltro ancora discusso da certo cieco revisionismo).

Altro che confutazione delle mitologie, la sensazione è invece quella di scambiare deliri egocentrici e forzati protagonismi per verità sacrosante. Chissà che dopo Buddha, Gesù Cristo, il dogma dell’infallibilità del Papa e qualche altro raro illuminato della storia, sia arrivato un nuovo possessore della Verità. Nuovi Messia della musicologia jazzistica proliferano, utili a renderci edotti in materia, sgombrando finalmente il campo a noi poveri creduloni jazzofili, da miti, aneddoti, falsità, credenze. Ma guarda un po’, stanno ancora una volta tutti in Italia, nota patria di geni e del “made in Italy”, che notoriamente “ci invidiano in tutto il mondo”, narra l’odierna retorica renziana.

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Non ho le conoscenze e le competenze in Musica di Piras o di altri del suo livello e lungi da me volerle mettere in dubbio, ma certamente qualche nozione in più in materia scientifica penso di possederla, e se si tira in ballo la Scienza e un approccio scientifico nella ricerca delle verità storiche sul jazz, allora ho anch’io qualcosa da dire e forse da insegnare a costoro.

Non mi sogno certo di negare la valenza e la veridicità delle ricerche e dei riscontri fatti per arrivare all’asserzione delle “non origini del jazz”, tutt’altro, ma sono pressoché certo che la conclusione cui si vuole arrivare è errata in partenza, perché lo è sul piano metodologico sin dal suo inizio, prima ancora che nel merito. Se davvero si vuole applicare un metodo scientifico ad una materia e arrivare a deduzioni esatte ed inconfutabili, come pare si voglia fare, allora bisogna farlo sul serio e in modo completo, non riducendo il concetto di scienza solo ad una semplice ricerca di dati oggettivi e di riscontri storici messi insieme linearmente, atti a supportare una certa tesi. Occorre utilizzare anche metodi logici e possibilmente formulazioni matematiche, altrimenti rimaniamo nel campo delle scienze non esatte (come la medicina o la psicologia, per dire), se non addirittura delle semplici opinioni, che non sono per loro costituzione verità definitive.

Innanzitutto stiamo parlando di Musica e allora la prima preoccupazione dovrebbe essere quella di assimilarla ad un processo studiabile in ambito di scienze esatte, approssimandolo, per esempio, ad un processo fisico di tipo termodinamico (la termodinamica tra le branche della fisica e quella che permette di schematizzare pressoché qualsiasi genere di processo in natura). Se è vero come è vero che la musica è generalmente riconosciuta essere come un linguaggio, allora si dovrebbe comprendere che esso si forma nel tempo secondo un processo che è certamente di tipo NON LINEARE, ossia nel quale la somma delle parti o dei contributi non compone MAI esattamente il quadro generale. Non vale e non è applicabile cioè il cosiddetto “principio di sovrapposizione degli effetti”. Per cui, tanto per dire, non si possono fare affermazioni banali, semplificando, del tipo: “metto insieme il contributo ritmico africano e quello armonico europeo e ricavo il jazz”, come il jazz non può nemmeno essere solo afro-centrico o europeo-centrico e nemmeno solo nordamericano-centrico.

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Se accettiamo allora di approssimare il processo di formazione di un linguaggio musicale come un fenomeno che si evolve non linearmente (come peraltro fa la stragrande maggioranza dei processi in natura), allora esso si potrebbe esprimere matematicamente con equazioni differenziali alle derivate parziali. Ora, trovare tali equazioni è probabilmente un problema irrisolvibile, come minimo per la presenza di una molteplicità di variabili coinvolte, ma per il ragionamento che sto facendo non è necessario trovarle. Quello che è importante capire è che le soluzioni (perché possono essere infinite) di tali equazioni non dipendono mai solo dai dati di partenza e dalle leggi di evoluzione del processo, matematicamente descritte dalle stesse equazioni, ma dipendono anche e in maniera DETERMINANTE dalle cosiddette “condizioni al contorno”. E il luogo di formazione del linguaggio musicale è indubbiamente una condizione al contorno, in nessun modo separabile da tutto il resto, pena il certo mutamento del linguaggio stesso in altro tipo di linguaggio.

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Perciò il jazz per come lo conosciamo è nato sì con quegli ingredienti, con quelle radici, con quelle caratteristiche, ma entro quel coacervo di culture e di contributi etnici che si sono presentati insieme in quel certo luogo, e solo in quel luogo, che si chiama America. Il che non nega di poter utilizzare gli stessi ingredienti in un altro luogo, ma certamente il risultato finale sarà qualcosa di diverso, come magari lo è già stato in un passato più o meno recente o più o meno remoto e in un certo senso è cosa riscontrabile nella realtà dei fatti.

Comunque la si veda, mi pare di poter dire che in analisi di questo genere non sia possibile venir meno al condizionamento del luogo, perciò anche senza aver assistito alla interessante conferenza di Piras posso continuare a pensare (non a credere…) che la genitura del jazz sta dove in questi decenni è sempre stata ritenuta stare, con buona pace sua, dei suoi adepti e dei relativi sforzi di rovesciare la storia.

Riccardo Facchi

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