Il Jazz raccontato in un trombone a pistoni: The Bob Brookmeyer Small Band

41RPNMQE00LDescrivere in poche righe il valore e l’importanza di un grande musicista come Bob Brookmeyer, probabilmente uno dei più bravi e completi jazzisti bianchi della intera storia del Jazz,  a lungo sottovalutato,  è operazione ardua.

Eccellente compositore, straordinario conduttore e arrangiatore per big band, interlocutore paritario, sensibile e ideale in vari innovativi combo della storia del Jazz (basti ricordare i suoi essenziali contributi degli anni ’50 nel quartetto mulliganiano e nell’innovativo  trio privo di ritmica, ma certo non di ritmo, di Jimmy Giuffre), buon pianista ma, soprattutto,  fantasioso e swingante  solista di trombone a pistoni, sono le molteplici doti che gli vanno riconosciute e che descrivono un musicista davvero a tutto tondo, senza peraltro debordare in quella forma di eclettismo spettacolare ma anche un po’  superficiale che si riscontra in diversi acclamati jazzisti odierni.

A distanza di pochi anni dalla sua morte (dicembre 2011) colgo quindi l’occasione di parlarne e ricordarlo attraverso questo disco “live” in quartetto del 1978, registrato poco dopo il rientro sulla scena jazz newyorkese,  dopo un lungo periodo di semi ritiro dedicato all’ attività professionale presso gli Studios di Hollywood.

Non sono moltissime le incisioni nella sua discografia (di qualità musicale mediamente elevata)  in cui Brookmeyer si presenta da unico leader in una piccola formazione, tipicamente il quartetto con la sola ritmica piano-basso-batteria (una su tutte, il magnifico Blues Hot and Cool) o con la chitarra al posto del piano, come in questo caso, e ciò non perché abbia avuto problemi ad affrontare un tal genere di formazione, tutt’altro, visti i risultati, ma perché la sua sensibilità di musicista è sempre stata affascinata dall’affrontare un discorso dialogico e di interplay con altri musicisti co-leader, col fine di realizzare un progetto musicale comune.  Gli esempi in tal senso si sprecano, e non solo con i già citati gruppi di Mulligan e Giuffre,  ma anche con la prolungata anche se non continuativa esperienza con Stan Getz , con Clark Terry negli anni ’60, o nelle diverse incisioni con Zoot Sims, Al Cohn, Jimmy Raney e Thad Jones che scorrono nella sua consistente discografia. Per non parlare dei suoi contributi più che essenziali come compositore e arrangiatore prima nella Concert Jazz Band di Gerry Mulligan, poi con la Thad Jones/Mel Lewis Orchestra e successive edizioni della Mel Lewis Orchestra, progetti orchestrali altrui poi messi a frutto nella europea New Art Orchestra, pienamente a suo nome, esperienza nella quale si è impegnato nei suoi ultimi anni, ottenendo premi e riscontri critici di assoluto rilievo.

Ciò non doveva e non deve però mettere in secondo piano le sue immense doti di improvvisatore, dotato di notevole gusto ed immaginazione melodica e uno swing rilassato, ludico e travolgente, sempre  immediatamente riconoscibile, probabilmente assorbito sin dagli anni formativi dedicati all’ascolto e alla frequentazione del Dixieland e soprattutto del jazz di Kansas City di Count Basie & C. e messo a frutto in progetti decisamente più aggiornati sin dagli esordi discografici degli anni ’50. In tal senso Dickie Wells e Bill Harris (citato pubblicamente dallo stesso Brookmeyer) vanno citati tra le maggiori influenze trombonistiche.

Il disco che vi propongo dimostra ampiamente le suddette doti. Con Jack Wilkins alla chitarra, Michael Moore al basso e Joe La Barbera alla batteria, Bob si trova perfettamente a sua agio, snocciolando una serie composita di brani, tra originals e standards, che scorrono all’ascolto in modo estremamente piacevole, evidenziando alcune perle nelle versioni di battutissimi brani come You’d Be So Nice To Come Home To, Someday My Prince Will Come, Sweet and Lovely e la stupenda porteriana Everything I Love, ad ennesima dimostrazione che nel jazz si ha sempre la possibilità di rivitalizzare anche del materiale considerato (erroneamente) ormai musicalmente esausto. Basta esserne capaci.

Si dirà, solito Mainstream ormai superato più o meno Modern? Soliti standards? Solite cose già sentite? No, dico io, solo un grande musicista e, più di tutto, del grande Jazz da riscoprire e certamente da non considerare superficialmente come mero ennesimo capitolo della sua ormai lunga storia.

Riccardo Facchi

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